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contributo inviato da ilContorsionista il 16 giugno 2009
 

Prendo a spunto un’intervista rilasciata da Enrico Letta al Corriere della Sera per commentare la sconfitta elettorale del Partito Democratico.

Caro Letta,

mi permetto di invitarti a un chiarimento.

Nell’articolo rilasciato a Corriere della Sera, affermi espressamente che:

“Condivido il documento Indietro non si torna del gruppo dei cosiddetti quarantenni; la candidatura di Bersani dev'essere la levatrice di una nuova classe dirigente del Pd. E deve segnare L'archiviazione della socialdemocrazia, come ci hanno indicato gli elettori europei, e la costruzione di una nuova identità del partito democratico. Finora non l'abbiamo costruita. La nostra identità non può, come mi è accaduto troppe volte di intuire, essere ridotta alle due figure di Moro e di Berlinguer. Il congresso è l'ultima occasione per fare del Pd un partito del futuro, anziché scrivere l'ultima pagina di un capitolo concepito nel passato”.

Ritieni, mi pare di capire, che il Partito Democratico debba costruire una nuova identità. La cosa mi è alquanto sconcertante per una serie di ragioni. Non mi sembra che il Pd abbia una propria identità, di conseguenza non capisco come possa avere una nuova. Si potrebbe dire, e forse a questo punto ammettere, che il Pd è stato ed è una grande intuizione.

Mi sorge a questo punto la domanda: il nostro partito ha un’identità o è ancora un’intuizione?

Letta cosa ne pensa?Ce lo dica. Credo che dovremmo ripartire da lì.

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La situazione paradossale esposta sopra è identica a quella nella quale si trova il cittadino Occidentale di centrosinistra.

Il Partito Democratico, ma a questo punto è giusto dire “i partiti che ne hanno intuita la necessità storica”, hanno fiutato che la visione del mondo che incarnavano non rispecchiava più quella della società.

Questa intuizione, che ha generato un fascino straordinario sia tra il popolo di centrosinistra ma anche in alcuni casi di centrodestra, su quali elementi si fonda? Qual è la visione del modo di cui vuol farsi portavoce, ma che stenta al momento a delinearsi? Quali sono le sue ragioni storiche? Di certo questi non sono interrogativi cui poter risponder in poche righe e in breve tempo, ma due elementi fondamentali ritengano siano già chiari.

  1. Le forme di partecipazione. Con il metodo delle primarie i cittadini diventano parte attiva del partito, rendendolo più reattivo al cambiamento sia in termine di programmi sia di classe dirigente. Promuovere il metodo delle primarie vere sempre, ma altresì strutturare un partito che abbia la possibilità piena di operare, una volta fatte le scelte guida.

  1. La necessità di porre alla base del progetto culturale, della visione del mondo del partito la parola “libertà”.

Prendendo a prestito un frammento del celebre libro Lo sviluppo è libertà, del premio nobel Amartya Sen, incamminiamoci verso quello che ritengo debba essere la nostra strada: “Lo sviluppo consiste nell’eliminare vari tipi di illibertà che lasciano agli uomini poche scelte e poche occasioni di agire secondo ragione; eliminare tali illibertà sostanziali – questa è la mia tesi – è un aspetto costitutivo dello sviluppo”. Sulla scia di questa posizione deve orientarsi il dibattito del nostro partito.

“Non necessariamente dobbiamo essere tutti uguali, ma necessariamente dobbiamo essere tutti liberi” questo è il motto che ritengo debba fondare il nostro partito. Poi affronteremo tutte le rilevanti e urgenti questioni cui l’Occidente e chiamato a rispondere.

Ciò non vuol dire che la parola “uguaglianza” sia diventata obsoleta, ma vuol dire che la parola “libertà” acquista per noi un senso che ha in se sia quello dell’uguaglianza sia quello di un mondo nel quale l’uomo diventa attore consapevole del proprio destino.

Questi, a mio modesto avviso, sono gli elementi portanti della nostra intuizione, il resto è un corollario. Prima li affronteremo e prima sarà un bene per tutti. Bisognerà necessariamente fare delle scelte che forse scontenteranno qualcuno, ma non possiamo cambiare la strada giusta per quella sbagliata.

No al dentro tutti in un partito che muore. Si a un partito di pochi che generi maggioranza.

La nostra intuizione si chiama Partito Democratico, potrà non diventare realtà per nostra colpa, ma certamente noi non porremmo la parola “fine” a una necessità della storia.

TAG:  PD  ENRICO LETTA 

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commento di denis zuffellato inviato il 17 giugno 2009
Caro Enrico,

recentemente ho partecipato alla presentazione del tuo libro presso la libreria Mondadori di Milano. Avrei voluto fare un intervento ma non c'è stato modo: poco tempo e molte cose da dire da parte degli invitati.

Intanto vorrei fare un preambolo.
Ho piacevolmente ascoltato l'intervento del professor Salvati. Direi che è stato un intervento molto interessante anche per le prospettive politiche che lui ha tracciato e - forse - suggerito.
Mi riferisco in particolare all'idea di creare un "Contenitore delle Sinistre" in grado di riunire il riformismo cattolico e quello socialdemocratico e permettere di andare oltre l’attuale sistema bipolare che – lo abbiamo ormai visto tutti - in Italia non funziona.
Al di la dei contenuti del suo intervento, mi ha colpito la chiarezza, la schiettezza e la forza del professore unità ad una certa serenità nei giudizi propria di chi ha dalla sua anni di lavoro ed esperienza.
Questo intervento mi da lo spunto per dire a te e a tutti gli amici del PD che non dobbiamo cadere nell'errore di pensare che il rinnovamento del Partito si debba realizzare semplicemente con un ricambio generazionale. Lo dico io che sono un giovane del PD.
Al primo posto devono esserci sempre i meriti e le competenze.
L'età anagrafica è certamente importante ma non è la questione principale.

Rispetto al tuo intervento e al tuo libro vorrei dirti che all'interno del testo ho ritrovato molte parole a me care: liberismo, meritocrazia, concorrenzialità, efficienza, democrazia, speranza e futuro.
Poi però mi fermo un attimo a riflettere e mi ricordo di essere in Italia: un Paese gerontocratico, lobbysta, clientelare, in cui esistono ancora pachidermici enti antiliberali come gli ordini professionali. in cui pochi gruppi di potere gestiscono nei fatti l'economia a discapito della concorrenzialità. A Milano se non fai parte di Compagnia delle Opere e di C.L. hai le porte sbarrate: per chi fa il mio mesti
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