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contributo inviato da simonam il 27 aprile 2009

Il film del regista Stefano Incerti (Italia/Argentina/Spagna, 2008) con Alessio Boni, Giuseppe Battiston e Florencia Raggi, è il classico pugno nello stomaco.
Era da La notte delle matite spezzate che evitavo accuratamente film sui desaparecidos: mentre posso guardare con piacere cinefilo qualsiasi horror italiano e straniero, da Dario Argento all'Esorcista, ben sapendo che di sospensione della credulità - e quindi di fiction - si tratta, il mio problema con i film di denuncia è un problema di pura e semplice vigliaccheria, dovuto alla consapevolezza che quegli arresti arbitrari, quelle esecuzioni di massa, e soprattutto quelle torture - che talvolta vengono messe in scena - ci sono veramente state. Ad esempio Garage Olimpo l'ho evitato, e non cercherò mai il dvd.
In questo caso un'amica mi aveva chiesto di accompagnarla e, da quel poco che sapevo, la storia trattava di due sprovveduti e allegri giornalisti italiani che arrivano in Argentina nel 1978 per seguire i mondiali di calcio e scoprono la realtà di un Paese sconvolto da una dittatura. Tutto questo, naturalmente, c'è, ma i mondiali (visti sia con immagini di repertorio che in scene del film) sono poco più che un pretesto e, soprattutto nel finale, rendono ancora più agghiacciante il contrasto tra l'immagine festosa, vincente e unita che il regime riesce a dare di sé sfruttando l'evento calcistico, e le tenebre delle caserme e delle navi da cui pochi tornarono per raccontare.
La sceneggiatura pecca di scarsa credibilità quando vuol farci credere non solo (e fin qui va bene) che un giornalista straniero potesse essere rilasciato in seguito alle pressioni di colleghi e ambasciata, ma addirittura che chieda e ottenga che insieme a lui venga liberata anche la donna amata, la quale però è argentina, militante e, agli occhi dei militari, pericolosa.
Per non parlare di una prima parte eccessivamente sbilanciata su una storia d'amore quasi unilaterale, e perciò assurda quando il sentimento diventa reciproco: un happy end in un simile contesto appare quantomeno grottesco, e meno male che il personaggio di Ana rimane quello della guerrigliera che antepone la politica all'amore, altrimenti si cadrebbe davvero nel ridicolo.
Però il contorno storico è vero, e verosimile la rappresentazione della famiglia tranquilla e borghese dei parenti immigrati del giornalista, che vive nella bambagia del "non vedo, non sento, non parlo", sicura e protetta da un alto papavero del regime che ha sposato la loro primogenita, fino alla scomparsa del figlio più giovane - arrestato e ucciso in una chiesa con altre persone e con lo stesso prete mentre questi celebrava il funerale di un professore universitario ucciso e trovato abbandonato in un campo.
E molto valido, cinematograficamente parlando, è il personaggio del cattivo, Pablo, l'uomo dagli occhi di ghiaccio che ha potere di vita e di morte sugli altri, l'uomo che sa tutto ma in famiglia non può rivelare niente e che, verso la fine del film, parlando con un colonnello, dice "Domani potrei essere morto anch'io".

TAG:  FILM  RECENSIONE  ARGENTINA  DESAPARECIDOS  COMPLICI DEL SILENZIO 

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