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contributo inviato da demopazzia il 31 marzo 2009
INDIETRO NON SI TORNA
Generazioni, progetti e responsabilità in rete
sabato 28 marzo 2008

La mia introduzione all'iniziativa


I motivi per cui, insieme ad alcuni amici, ho immaginato questa iniziativa sono fondamentalmente cinque e proverò brevemente ad illustrarli. Il primo motivo ce lo da il titolo: “Indietro non si torna”.
Non è una espressione di cocciutaggine, non è una dichiarazione auto celebrativa di una scelta come quella di dare vita al Partito Democratico. I partiti sono strumenti della buona politica, non possono diventare fini. Se non funzionano bisogna cambiarli, non rimanere attaccati per affetto, per abitudine o, peggio, per pigrizia. Quando in passato forse abbiamo indugiato nel conservare per affetto, per tradizione, la storia ci è passata davanti. Ma indietro non si torna è la constatazione di una necessità.
Di più. e' una scelta. una volta tanto chiara, netta, inequivocabile: le ragioni per cui abbiamo fatto il PD sono oggi ancora valide e, se è possibile, ancora più urgenti. Quella società del merito, della mobilità sociale, della coesione fra comunità, fra persone, tratteggiata quasi due anni fa al Lingotto di Torino è ancora un obiettivo attuale e irrealizzato. Oggi, ancor di più davanti all’incedere della crisi, vediamo una società chiusa, impaurita, rannicchiata intorno alle proprie piccole certezze, ai propri piccoli privilegi.
Noi, oggi come allora, abbiamo l’ambiziosa speranza di darle il coraggio del futuro.

Certo non è semplice. Certo in questo anno e mezzo abbiamo visto riprodursi troppo spesso ritardi, fatiche, ritualità di una vecchia politica. L’ambizione del progetto e la speranza che lo ha accompagnato sin dall’inizio ha fatto i conti con la realtà dura, con muri alti da abbattere. Di fronte a questo qualcuno potrebbe perdersi d’animo, qualcuno potrebbe pensare che l’ambizione non è alla nostra portata. E allora vi è il rischio di veder riemergere la nostalgia, vi è il rischio che qualcuno che qualcuno pensi che "si stava meglio quando si stava peggio", che evochi una mitica età dell’oro che starebbe alle nostre spalle, nelle storie politiche precedenti. Una evocazione però che, oltre ad essere assai discutibile da un punto di vista storiografico, è oggi inservibile. Non è nella nostalgia che possiamo trovare le soluzioni ai problemi che oggi ci troviamo di fronte. Anzi. Abbiamo fatto il PD perché consapevoli delle ristrettezze di quelle culture politiche rispetto alle sfide della modernità. I temi all’ordine del giorno della politica in questo anno e mezzo di vita del Pd ce lo dimostrano. Insomma abbiamo un compito assai più difficile che valorizzare tutte le diverse culture, magari citando Moro e Berlinguer o Dozza e Dossetti, alla cui evocazione affidiamo speranze taumaturgiche.. C’è da costruire una cultura politica nuova ed originale, dove trovino piena cittadinanza i valori che motivano da sempre la nostra azione politica. I valori non cambiano, la cultura politica in grado di dare rispose al proprio tempo invece sì.

Andare avanti dunque. ma è indubbio che il Partito Democratico dopo alcune “scoppole” elettorali e le dimissioni del segretario Veltroni ha bisogno di essere rilanciato. Per farlo è necessario rafforzare la coerenza, la coincidenza fra la parola innovazione, quasi un mantra all’interno del PD, e le scelte politiche, la coerenza fra la parola innovazione e i comportamenti personali e collettivi, la coerenza infine, ma non meno importante, fra la parola innovazione e le facce che la interpretano.
Per farlo è necessario un partito che abbia coraggio.

Il coraggio di non accontentarsi di un partito identitario che fa della preposizione "EX" la sua coperta di Linus sotto cui rifugiarsi nelle difficoltà. Il coraggio di fare un partito grande, popolare. Certamente radicato. Ma radicato nel 2009, non nel 1959. Capace di innovare le forme di una partecipazione ampia e non meno capillare, altrimenti in esaurimento. Agile, con luoghi per discutere e per decidere, non luoghi in cui discutere e altri, molto più angusti, dove decidere. Un partito con la pancia sul territorio. Capace di coglierne i cambiamenti. Perfino i cambiamenti d'umore. Che per fare questo valorizzi davvero l'esperienza degli amministratori capaci, di chi si è formato intorno ai problemi delle persone nella loro versione più concreta e impellente e che ha costruito una comune identità non chiedendosi "chi siamo?" ma "come risolviamo insieme questo problema?". Un partito che sta davvero, di nuovo dalla parte dei lavoratori e che nel farlo ha la capacità di dire con autorevolezza al sindacato che deve innovarsi e cambiare in modo radicale. Che parli di mobilità sociale, di trasparenza, di equità molto di più di quanto non parli di commissione di vigilanza RAI. Che non impieghi anni in discussioni concentriche su PSE sì o PSE no ma capace di riempire di modernità un riformismo europeo frammentato e con poca capacità di innovarsi.

Un partito utile. Un partito che comprenda che c'è un Paese che soffre. Per occuparci del PD, per dare senso ad un progetto riformista non possiamo parlare di noi ma dobbiamo parlare del Paese, dell’Europa, del mondo. Dobbiamo invertire l’ordine dei fattori e, una volta tanto, vedremo che il risultato cambierà. Dobbiamo portare l’Italia di oggi, con le sue paure, le sue fatiche ma anche le sue grandi opportunità dentro al Pd, al centro della sua iniziativa politica e non invece riempire l’Italia delle paure, delle titubanze, degli sguardi ombelicali del PD.

Questa nuova fase sotto la guida di Dario Franceschini sembra aver assunto questa priorità che deriva dal buon senso e i risultati cominciano a vedersi. In questo vi sta anche una risposta alla domanda che il Pd si è posto sin dalla sua fondazione, di come ricostruire un rapporto sano fra elettori e partiti. Qualche giorno fa ho letto un’intervista a Federica Mogherini in cui diceva che “se uno parla con la gente i sondaggi non aggiungono molto”. E’ vero. Eppure ne abbiamo abusato. Affidando ad essi una interpretazione della realtà che non riuscivamo a trarre dalla frequentazione della realtà.

Non mi serve ricorrere a Togliatti per dire che il Pd deve aderire alle pieghe della società. Basta il buon senso. L’agenda politica è chiara. Oggi vi sono praterie per chi volesse sperimentare la sua capacità di dare risposte nuove a problemi inediti. Ne cito tre: disoccupazione e precarietà,lotta fra poveri nell’esigibilità dei serviziche una presenza crescente di cittadini immigrati rischia di inasprire se non governata, i temi della vita e della morte legati al progresso scientifico e la conseguente declinazione non rituale, non banale della laicità. Praterie, lo ripeto, per un partito coraggioso che voglia esercitare la sua indole riformatrice.

Per realizzare questo partito, per rispondere alle domande nuove di una società complessa, parcellizzata, con bisogni crescenti e assai differenziati, per provare a corrispondere a quella grande ambizione che il PD ha messo in campo, c’è una generazione in politica (e non solo), che si è formata nella vita oltre che nella politica dopo il crollo del muro di Berlino, che ha fatto l’Erasmus avendo possibilità di confronto con il mondo inedite rispetto alle generazioni che l’hanno preceduta, che ha conosciuto la tipicità dell’essere atipico nel mondo del lavoro, il precariato, che conosce la complessità di mettere su famiglia, non rinunciando alla piena realizzazione professionale di entrambi i coniugi. Una generazione che vive il Partito Democratico come il partito che sognava e non come l’ennesimo partito. Una generazione che è al servizio di questo progetto.
Che non chiede strapuntini per il solo fatto di essere giovane ma che vuole mettere al servizio del successo del PD un punto di vista della società aggiornato, un esperienza costruita attraverso percorsi e strumenti inediti, una capacità di fare rete che passa anche dal fatto di conoscere e sapere utilizzare un blog, un social network etc. Una generazione che non chiede posti ma responsabilità. Una generazione che non aspetta le cooptazioni derivanti dal fatto di essere seguaci di un nome proprio di persona fattosi corrente, ma in grado di rischiare tutto, di metterci la faccia, di accompagnare alla pensione chi vuole tornare indietro.

Il quinto e ultimo motivo per cui abbiamo immaginato questa iniziativa, è che per assumere questa responsabilità è necessario fare insieme. I progetti, le esperienze qualificate che molti di noi stanno facendo dentro e fuori dal PD, hanno senso se trovano un filo rosso comune. Vi è la necessità di non rimanere splendide monadi che appagano il proprio ego con iniziative, progetti bellissimi ma solitari. C’è bisogno ancora di unire il centro alla periferia. Non vi possono essere due partiti: uno a Roma e uno sui territori. Il Pd è un corpo solo ed è bene che la mano destra sappia ciò che sta facendo la sinistra e viceversa.

Ci siamo detti, anzi ci diciamo da anni con alcuni che avvertiamo il problema di costruire una rete di esperienze e responsabilità condivise. Bene. Non possiamo pensare che tocchi sempre a qualcun altro fare il primo passo Questa è una prima occasione, come tante altre che so si stanno organizzando in Italia, so che molti amici che oggi son qua sono spesso in giro per l’Italia, ma se non sarà l’inizio di una consuetudine sarà una volta di più inutile e velleitaria. Oggi più che mai c’è una responsabilità da esercitare insieme. In questo, senza alcuna piaggeria, molte speranze evoca la presenza di una mamma di 35 anni nella segreteria nazionale del partito. Ma non basta. Su come fare e fare insieme credo che oggi e vorrei dire, da oggi, si possa cominciare a ragionare.
TAG:  PD  INDIETRO NON SI TORNA  GENERAZIONE  CRISI ECONOMICA 

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