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contributo inviato da Massimo Carota il 16 marzo 2009


All'indomani del sacrificio sull'altare della laicità di E.E., tra i molti che si sono esercitati in retorica ve ne sono stati alcuni che hanno fatto riferimento all'Antigone di Sofocle. I nessi tra la tragedia antica (442 a.C.) e quella moderna non sono però così univoci come si sarebbe voluto far credere, anzi, essendo essa un'opera d'arte, quindi dal significato molteplice, mal si presta ad essere utilizzata a fini strumentali, e questo è un aspetto che chi fa politica - probabilmente nell'urgenza di darsi un certo tono - spesso dimentica. "Antigone" mette in scena il conflitto tra il potere del monarca (Creonte) e la rivendicazione da parte di Antigone della giustezza della legge degli dèi (e della tradizione degli uomini). Come nella gran parte delle tragedie greche, una delle preoccupazioni è quella di portare avanti la causa della democrazia. Il tiranno viene infatti punito alla fine, ma chi rappresenta egli nella congiuntura contemporanea ritenuta omologa? Se rappresenta la Chiesa, che vuole tenere in vita il malato terminale (negando la sepoltura a Polinice), allora si può osservare che anche Antigone rivendica una legge divina che chiede che i morti vengano seppelliti (ovvero, 'staccare la spina', nel nostro caso). La pretesa di attribuire all'uno o all'altro attore contemporaneo un archetipo prevaricatorio si infrange contro la complessità degli intenti dell'opera in oggetto e contro le mutazioni sociali e scientifiche intervenute nei successivi duemilacinquecento anni.
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