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contributo inviato da viaggio il 10 marzo 2009

La descrizione della situazione politico-sociale nel Tibet sotto il regno dell’attuale XIV° Dalai Lama, Tenzin Gyatso (1935), riportata nella testimonianza diretta dell’ausriaco Heinrich Harrer, autore del libro “Sette anni in Tibet”, è sorprendente per chi, considerando i diritti umani il fondamento della convivenza civile, è stato indotto a pensare che il Tibet lamaista, fosse la culla della pace sociale e dell’armonia tra gli esseri umani.

Harrer, aderente fin dal 1933 alle SA e dal 1938 alle SS, per la sua grande amicizia col XIV° Dalai Lama, non può essere considerato un testimone filocomunista/cinese. Per questo motivo ho ampiamente citato brani del suo libro che il lettore troverà virgolettati e seguiti, tra parantesi, dalla sigla HH seguita dal numero della pagina dell’edizione degli Oscar Mondadori 1999.

Dal 1938, a tre anni, fino al 1959, a ventiquattro anni, Tenzin Gyatzo, l’attuale XIV Dalai Lama, governa la regione del Tibet senza modificare alcuna condizione dell’assetto politico e sociale secolare dei tibetani.

Harrer descrive il governo del Dalai Lama, del quale è testimone diretto, come un regime a dir poco dittatoriale e feudale, anche se questo non gli suscita la benché minima riprovazione. Le sue convinzioni naziste gli fanno apparire la condizione del popolo tibetano, totalmente e brutalmente oppresso da una casta di monaci fanatici e despoti, come il suo modello ideale di società: la spiritualità dell’élite che mortifica, spesso fino alla morte, la vile materia umana.

Facciamo parlare Harrer.

“La supremazia dell’ordine monastico nel Tibet è assoluta, e si può confrontare solo con una severa dittatura. I monaci diffidano di ogni influsso che possa mettere in pericolo la loro dominazione”. Ad essere punito non è soltanto chi agisce contro il “potere” ma anche “chiunque lo metta in dubbio” (HH p. 76).

Al vertice dell’organizzazione politica, economica e sociale stanno i monaci e i loro funzionari. Il popolo è tenuto in schiavitù, venduto e comprato come un capo di bestiame o un qualsiasi oggetto.

Esso viene sottoposto a fatiche bestiali e inutili: “Circa venti uomini erano legati alla cintura da una corda e trascinavano un immenso tronco, cantando in coro le loro lente nenie e avanzando di pari passo. Ansanti e in un bagno di sudore non potevano soffermarsi per pigliare fiato, perché il capofila non lo permetteva. Questo lavoro massacrante rappresenta una parte delle loro tasse, un tributo da sistema feudale”. Sarebbe stato facile far ricorso alla ruota, ma “il governo non voleva la ruota”. Secondo Harrer, non ha senso versare lacrime sul popolo tibetano di quegli anni: “forse così era più felice” (HH pp. 159-160).

Il rapporto che legava il popolo al Dalai Lama era lo stesso che separava gli schiavi dai padroni. Con in più tutti gli obblighi derivanti dalle prescrizioni religiose, tra le quali quelle che gli impedivano di rivolgere al Dio Re non solo la parola, ma anche lo sguardo. Un popolo costretto alla stessa miseria materiale e spirituale che convinse il giovane principe Gautama a diventare il Budda riproposta, in suo nome, da una casta di monaci.

Ecco come descrive Harrer una processione alla quale partecipa l’attuale Dalai Lama: “Le porte della cattedrale si aprirono e lentamente uscì il Dalai Lama […] Devota la folla si inchinò immediatamente. Il cerimoniale religioso esigerebbe che la gente si gettasse per terra, ma era impossibile farlo a causa della mancanza di spazio. Migliaia di persone curvarono invece la schiena, come un campo di grano sciabolato dal vento. Nessuno osava alzare gli occhi. Lento e compassato il Dalai Lama iniziò il suo giro intorno al Barkhor […] Le donne non osavano respirare”. Dopo la cerimonia religiosa la massa dei fedeli si scioglie e “Come ridestata da un sonno ipnotico la folla in quel momento passò dall’ordine al caos […] I monaci-soldato entrarono subito in azione […] All’impazzata facevano mulinare i loro bastoni sulla folla […] Ma nonostante la gragnuola di colpi, i battuti ritornavano come fossero posseduti da demoni […] Adesso accettavano colpi e frustate come una benedizione. Fiaccole di pece fumosa cadevano sulle loro teste, urla di dolore, qui un volto bruciato, là i gemiti di un calpestato!” (HH pp. 157-8).

Nel Tibet lamaista la mortalità infantile ha picchi altissimi, la durata media della vita è incredibilmente bassa e la medicina occidentale è sconosciuta, praticamente bandita.

I monaci, tuttavia, impongono farmaci molto particolari: “spesso i lama ungono i loro pazienti con la propria saliva santa; oppure tsampa e burro vengono mescolati con l’urina degli uomini santi per ottenere una specie di emulsione che viene somministrata ai malati” (HH p. 194). Lo stesso Harrer non riesce a “giustificare il fatto che si bevesse l’urina del Buddha Vivente”, cioè del Dalai Lama e manifesta le sue perplessità direttamente al “Dio-Ragazzo”, che è stato “persuaso a credere nella reincarnazione” (HH p. 248). Le sue domande producono scarsi risultati, ma lo scrittore se ne fa presto una ragione. Il Dio-Re “in fondo non se ne preoccupava troppo”. Così Harrer, messe rapidamente da parte le sue riserve, c’informa che “In India, del resto, era uno spettacolo giornaliero vedere la gente bere l’urina delle vacche sacre” (HH p. 294).

Abituati dalla propaganda anti cinese siamo stati convinti che il Tibet lamaista fosse un’oasi di pace e nonviolenza. Viceversa il Tibet, compreso quello dell’ultimo Dalai Lama, è carico di violenza.

Le punizioni possono essere anche trasversali e colpire i parenti del responsabile di una mancanza anche assai lieve o persino immaginaria (HH p. 79). La giustizia è amministrata da monaci e funzionari in modo sommario e brutale, “Mi raccontarono di un uomo che aveva rubato una lampada dorata al burro da uno dei templi di Kyirong. Fu dichiarato colpevole del reato, e quella che noi avremmo considerato una sentenza disumana fu portata a compimento. Gli furono pubblicamente mozzate le mani, e il suo corpo mutilato, ma ancora vivo fu avvolto in una pelle di yak bagnata. Quando smise di sanguinare, venne gettato in un precipizio” (HH p. 75).

Ma anche reati minori, ad esempio “il gioco d’azzardo”, possono essere puniti in modo spietato se commessi nei giorni di festività solenni: “i monaci sono a tale riguardo inesorabili e molto temuti, perché più di una volta è avvenuto che qualcuno sia morto sotto la rigorosa flagellazione, la pena usuale” (HH pp. 153-4). La violenza più selvaggia caratterizza i rapporti non solo tra “semidei” e “esseri inferiori”, ma anche tra le diverse frazioni della casta dominante: ai responsabili delle frequenti “rivoluzioni militari” e “guerre civili” che caratterizzano la storia del Tibet lamaista (l’ultima si verifica nel 1947), vengono fatti “cavare gli occhi con una spada” (HH pp. 224-5). Harrer nota che “le punizioni sono piuttosto drastiche, ma sembrano essere commisurate alla mentalità della popolazione” (HH p. 75). Nonostante questo il Tibet lamaista viene descritto all’opinione pubblica occidentale come un paradiso di pace sociale, un’oasi incantata di non violenza e lo stesso Dalai Lama, nel suo “Messaggio” finale ad Harrer, si abbandona ad una struggente nostalgia degli anni vissuti da Dio-Re: “ricordiamo quei giorni felici che trascorremmo assieme in un paese felice” ovvero, secondo l’informazione corrente, in un paese libero.

Tenzin Gyatzo, più noto come il XIV° Dalai Lama, non è nato in Tibet , ma nella provincia di Amdo, in territorio incontestabilmente cinese, nel 1935. In quell’epoca la provincia era amministrata dal Kuomintang, il partito nazionalista di Chiang Kaishek che combatteva contro il partito comunista di Mao Zedong.

All’età di tre anni, il piccolo Tenzin, viene riconosciuto dai monaci tibetani come l’incarnazione del XIII° Dalai Lama. Per questo motivo viene sottratto alla sua famiglia e segregato in un convento per essere sottoposto ad un intenso programma di condizionamento psicologico e culturale per far si che impari a pensare, parlare, scrivere e comportarsi come il Dio Re dei tibatani.

Tenzin, che aveva imparato a parlare nella lingua dei suoi genitori, uno dei tanti dialetti regionali cinesi, è costretto ad imparare il tibetano, per lui una lingua straniera, e a dimenticare la sua cultura originaria. Nella sua autobiografia, il Dalai Lama racconta del periodo della separazione dalla sua famiglia come quello della sua più grande sofferenza.

I genitori di Tenzin, per aver ceduto ai monaci il loro bambino, vengono ricompensati con una grande scesa sociale. Trasferiti a Lhasa non possono vedere, se non raramente, il loro figlio sul quale non hanno più nessuna potestà, ma vengono alloggiati in un grande palazzo e concessa loro la proprietà di alcuni poderi.

Quando nel 1946 incontrano Harrer, lo scrittore nota che essi non si sono affatto integrati nella società tibatana. Continuano a parlare il loro dialetto cinese, bevono il tè alla maniera cinese e non trovano disdicevole, come la generalità dei contadini poveri cinesi, il loro comportamento verso il figlio, il cui sacrificio li ha portati fuori dalla miseria.

Non si hanno notizie di una critica del XIV Dalai Lama verso il suo vecchio regime né, tanto meno, di una sua autocritica per aver oppresso il popolo tibetano, avendolo governato almeno per sette anni dopo aver raggiunto la maggiore età.

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