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contributo inviato da Ethos il 27 febbraio 2009

Il paradosso cui assistiamo in queste settimane non risiede nel fatto che Obama faccia l’Obama [cioè radicalizzi quanto anticipato ampiamente, prima nella corsa alla nomination democratica, poi nella campagna presidenziale]. Quello che sconcerta è il livore con cui i grandi sacerdoti del turbocapitalismo - mantenuto artificialmente in condizioni di nuocere gravemente, a tutti, per tutti gli 8 anni del non eletto presidente George W. Bush - si scaglino violentemente contro le politiche annunciate dal Presidente eletto.

Il cui obiettivo è titanico: porre riparo al più gigantesco deficit spending nella storia dell’economia moderna, alimentato dall’irresponsabilità di un sistema fuori controllo e dal furore ideologico dei citati iperliberisti smidollati. Tanto irresponsabile e tanto mostruoso da divorare in meno di un semestre il più gigantesco salvagente pubblico dalla crisi del ’29.

Orbene tali analisti imputano al neo-presidente USA esattamente quanto dovrebbero attribuire a sé stessi: l’esplosione del deficit federale oltre il 12% del PIL USA: 4 volte i parametri di Maastricht. Che Obama vorrebbe comprimere al 6% entro il 2013. Sempre che il Senato con minoranza di blocco repubblicana non si metta di traverso.

L’assioma in fondo è semplice: fronteggiare la crisi significa bruciare i tempi, cambiare agenda e – contemporaneamente - pompare liquidità nel sistema lasciato a secco dall’avidità miope e criminale di élites che avevano rinunciato ad un’etica purchessia. Di fatto progioniere di uno schema rovesciato: all’opacità di uno Stato in guerra permanente, a difesa di un assetto geopolitico tutto condizionato dagli interessi petroliferi, si sommava l’opacità del sistema finanziario privato, libero da vincoli normativi e controlli penetranti.

Complici e complicati da insormontabili conflitti d’interesse. Le società di rating remunerate fior di quattrini dalle holding su cui avrebbero dovuto vigilare, quali controllori indipendenti dell’investimento promosso, ad esempio, dagli operatori istituzionali dai fondi sovrani, dai venture capitalist e dai risparmiatori faidatè: strapagate per non vedere, hanno formulato per anni valutazioni fantasiose ed inattendibili. D’altra parte un mercato finanziario aperto e privo di regole è assolutamente difficile da interpretare e contenere entro indici pur sofisticati.

Fatto sta i sacerdoti del defunto iperliberismo a trazione petrolifera dovrebbero avere il buon gusto di tacere almeno per i prossimi 15 anni. Il tempo di maturazione di un’economia che abbandoni i parametri meramente quantitativi per avvicinarci ad assetti sostenibili tanto sul piano ambientale che su quello più squisitamente patrimoniale.


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S. Maria di Leuca
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