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contributo inviato da demopazzia il 19 febbraio 2009
 
Nel fiume di parole e di commenti che accompagnano, con la solita ritualità, l'annuncio schock delle dimissioni di Walter Veltroni da segretario del PD, è necessario isolare, per non perdersi, il succo del problema. E il problema va un po' oltre Veltroni.

Sì è conclusa ieri la parabola politica di una classe dirigente che ha governato le alterne fortune del centrosinistra negli ultimi 15 anni. Si è spezzato irreversibilmente quel circuito che ha fatto sì che per anni venissero sostituiti leader sconfitti da altri leader che sconfitti lo erano stati solo qualche anno prima, in attesa che quest'ultimi venissero nuovamente sostituiti dai primi dopo un breve periodo catartico. E' finita una certa retorica, subdolamente mai esplicita, che indicava nell'aver fatto il '68 (anagraficamente ancor prima che politicamente) la fonte di ogni legittimazione. E' finito il ciclo naturale di una classe dirigente troppo attenta ad essere dirigente e troppo poco a farsi classe, comunità, a trovare unità su visioni e non su tattiche, sulla voglia di cambiare il mondo e non di trovare "un centro di gravità permanente".

E' finita ieri la parabola di una generazione di politici di sinistra che ha conosciuto il coraggio di mettere in discussione certezze granitiche erose dal tempo e dalla storia per incamminarsi su una strada nuova ma che ora ha il fiato corto, e molti lividi su tutto il corpo che compromettono irrimediabilmente la capacità di mettere in campo un coraggio altrettanto rivoluzionario per interpretare le ragioni della contemporaneità. Una generazione che vive il disagio di una delegittimazione della politica che la rende subalterna alle intromissione di poteri forti, siano essi ecclesiali, economici o sindacali che lucrano su questa debolezza. E' finito il centro-sinistra con il trattino, quello senza, è superata la stagione dell'Ulivo (non certo le sue ragioni nella storia), è finita l'Unione. Sono finite tutte le possibilità sperimentate nella stagione 1989/2009.

E dunque che succede ora?

Succede come quando finisce un amore. O si cambia con decisione con la forza di non girarsi indietro oppure prevale la nostalgia del passato. L'idea che si debba ricominciare il film dall'inizio. Dalla prima scena. E allora la sinistra che guarda al centro e il centro che guarda la sinistra. In uno sguardo lungo, intenso ma oggi terribilmente stanco e improduttivo. Oggi la generazione che è stata ha voglia di riproporre il primo amore, nella logica secondo cui "si stava meglio quando si stava peggio".

Purtroppo non è così. Purtroppo la modernità non perdona nostalgie e semplicismi. La modernità è complessa e articolata e chiede una innovazione e un coraggio inedito. Il coraggio di liberarsi definitivamente dalle risposte del Novecento, dalle eredità socialiste e cattolico democratiche ormai opzioni insufficienti e antistoriche. Il coraggio dunque di non accontentarsi di un partito identitario che fa della preposizione “EX” la sua coperta di Linus sotto cui rifugiarsi nelle difficoltà. Il coraggio di fare un partito grande, popolare. Certamente radicato. Ma radicato nel 2009, non nel 1959. Capace di innovare le forme di una partecipazione ampia e non meno capillare, altrimenti in esaurimento. Un partito agile, con luoghi per discutere e per decidere, non luoghi in cui discutere e altri, molto più angusti, dove decidere. Un partito con la pancia sul territorio. Capace di coglierne i cambiamenti. Perfino i cambiamenti d’umore. Un partito che per fare questo valorizza davvero l’esperienza degli amministratori, di chi si è formato intorno ai problemi delle persone nella loro versione più concreta e impellente e che ha costruito una comune identità non chiedendosi “chi siamo?” ma “come risolviamo insieme questo problema?”.

Un partito che sta davvero, di nuovo dalla parte dei lavoratori e che nel farlo ha la capacità di dire con autorevolezza al sindacato che deve innovarsi e cambiare in modo radicale. Un partito che parli di mobilità sociale, di trasparenza, di equità molto di più di quanto non parli di commissione di vigilanza RAI. Un partito che non impiega anni in discussioni concentriche su PSE sì o PSE no ma capace di riempire di modernità un riformismo europeo frammentato e con poca capacità di innovarsi.
Un partito di giovani, di futuro.

Per fare questo partito è necessario trovare pronta una generazione nuova che lo realizzi. Una generazione che non aspetti le cooptazioni derivanti dal fatto di essere seguaci di un nome proprio di persona fattosi corrente, ma in grado di rischiare tutto, di metterci la faccia, di accompagnare alla pensione chi vuole tornare indietro. Una generazione che, insieme alle idee, mostri la coerenza degli atteggiamenti personali e collettivi. Una generazione che non pensi a taumaturgiche leadership solitarie ed emotive, ma punti a fare rete, a fare insieme.

La generazione di un nuovo coraggio.
Un coraggio che nessuno può dare. Si deve avere.

E noi, modestamente, lo abbiamo.
TAG:  POLITICA  PD  GENERAZIONE  CORAGGIO 

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