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contributo inviato da loriscosta il 18 febbraio 2009



Di chi è l'immagine pubblica di un artista? E' fondato il sospetto di Aldo Grasso sul grave danno per il servizio pubblico nell'affaire Benigni?

Certo, ieri sera abbiamo riso per Benigni, il trasporto del comico toscano è stato forte, i commenti entusiasti. Questo vuol dire dare linfa a Sanremo, azzerare le polemiche sul compenso milionario di Bonolis, riportare la canzone italiana al centro del dibattito e dello spettacolo.

Dietro le quinte la faccenda è assai diversa. C'è davvero da domandarsi quale sia il ruolo del servizio pubblico e, in tempi di magra per tutti, se abbia ancora senso pagare il canone Rai-tv.

A quanto pare il compenso di Benigni viene da una svendita compiuta dalla Rai in danno di tutti i cittadini, della collettività e del contribuente che vede ridursi un patrimonio pubblico pagato con i suoi soldi e sfruttato con finalità privatistiche a vantaggio dei produttori di
home video.

Questa volta pare abbia proprio ragione Maurizio Gasparri. "... il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, conferma l’intenzione di avviare azioni legali contro il direttore generale della Rai, Claudio Cappon, che «sottoscrivendo il contratto con Benigni che prevede la cessione di 750 minuti di materiale del proprio archivio relativo all’artista in cambio della sua presenza a Sanremo ha compiuto un gravissimo danno economico all’azienda. È come se la Rai pagasse la presenza di Benigni circa 1,5 milioni di euro». La Rai in una nota ha precisato che non c`è stata alcuna «cessione dei diritti tv. L`operazione riguarda i diritti d`uso a tempo determinato di alcuni materiali e "segmenti di diritti" non tutti direttamente e liberamente utilizzabili da Rai (homevideo) perché soggetti a negoziazioni con parti terze». (
Corriere della Sera on line).

Ma per capire bene di cosa si tratta è forse proprio dalle parole di Aldo Grasso, sempre dal Corriere della Sera (di ieri), che possiamo avere un'idea compiuta:

Rai, l' errore del lodo Benigni

La questione La tv di Stato paga E il patrimonio delle teche si impoverisceViale Mazzini e l' errore di un «lodo»

La vita sarebbe bella se anche gli artisti impegnati non si lasciassero prendere la mano dall' avidità. Non tutto è chiaro nella richiesta di Roberto Benigni (una partecipazione al festival di Sanremo, valutata 350 mila euro, in cambio dei diritti home video delle sue apparizioni in Rai), ma se le notizie che circolano sono vere ci troveremmo di fronte a un caso istituzionalmente molto grave. L' archivio di un servizio pubblico è da considerarsi a tutti gli effetti un bene comune, al pari di una biblioteca, di un sito archeologico, di una pinacoteca. Se una grande industria, per i più disparati motivi, decidesse di «affittare» in esclusiva un fondo librario depositato nella biblioteca nazionale centrale di Roma, il diniego sarebbe netto. Qui, più o meno, ci troviamo di fronte alla stessa situazione. L' immagine televisiva (al pari di quella cinematografica, e di tutte le altre tracce del passato inserite, in maniera sempre più massiccia, dai mezzi di comunicazione di massa) da tempo costituisce una fonte imprescindibile per la ricerca storica e sociologica sul Novecento, come ormai è riconosciuto da molti studiosi in tutto il mondo. Un ente dello Stato, come in buona sostanza la Rai è, non può privarsi di un suo «bene comune» per cederlo a un privato. Certo «fa cassa», come si dice, ma nello stesso tempo si priva di un patrimonio che è di tutti, pagato con il canone. La tv costituisce uno straordinario strumento di rappresentazione e di ridefinizione della memoria condivisa di una comunità e un' incredibile opportunità di accrescimento della coscienza del passato. La vita sarebbe bella se problemi come questo venissero affrontati con una seria discussione e non con rivendicazioni da bottegai, persino all' interno del cda della Rai. Le tecnologie evolvono, nascono nuove piattaforme e nuove forme di distribuzione. Benigni può dire: il mio contratto prevedeva solo la tv generalista, adesso lo scenario è cambiato e io voglio ridiscutere i miei diritti. Il che è vero, ma la grana (e il grano) non riguarda solo Benigni, riguarda tutti: artisti, autori, maestranze, persino gli utenti. Sotto a questa diatriba, per altro già sollevata dal caso Juventus che pretese dalle teche Rai le vecchie partite dei bianconeri per Juve Channel in base a vecchi accordi con la Lega, se ne nasconde però un' altra ancora più grave. Molti programmi della Rai sono appaltati all' esterno. In alcuni casi, soprattutto per gli show più costosi e importanti, i diritti di replica e di sfruttamento restano alla casa di produzione, sotto l' egida del format. La Rai paga, ma il suo prezioso patrimonio delle teche si impoverisce. La vita sarebbe bella se non passasse il lodo Benigni. Altrimenti, che senso ha pagare ancora il canone?

Grasso Aldo (16 febbraio 2009)

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