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contributo inviato da alessandrolanteri il 8 febbraio 2009
Quest'oggi ho voglia di scrivere qualcosa di molto personale, che, tengo a precisare, non è assolutamente il punto di vista dei GDIM.





Siamo a pochi giorni dall'inizio dello scellerato attacco istituzionale che il Presidente del Consiglio sta portando avanti verso le tre forze che rimangono a presidio dello Stato democratico in Italia, e cioè la Costituzione, il Presidente della Repubblica e l'indipendenza della Magistratura.

Il governo sta cinicamente sfruttando la naturale ondata di dubbi che il caso Englaro solleva nella coscienza di molti, ma è solo un pretesto per portare invece avanti un complesso piano di smantellamento progressivo di tutto ciò che ancora i può opporre all'instaurazione di un nuovo tipo di governo, tecnicamente democratico, ma nei fatti pseudodittatoriale.

Il primo passo, avviato da anni, è il controllo dei mass media. Logica conseguenza, la progressiva delegittimazione di tutto ciò che potrebbe porre dei freni all'esercizio incontrollato dei poteri, ed è la fase che stiamo attraversando adesso.

La principale scusante dell'evidente strappo istituzionale è quella di una non meglio precisata "cultura della vita", caratteristica del governo Berlusconi. Non l'avevamo notata quando abbiamo inviato i nostri soldati come forza d'occupazione in Iraq o quando è stato scelto di scoraggiare l'accesso agli ospedali degli immigrati, che si dovranno così rivolgere nei casi più fortunati a delle cliniche abusive, ergo, nei fatti hanno deciso la morte di migliaia di clandestini, in maniera molto soft.

Al di là di questo, e al di là del diritto naturale di una famiglia ad essere trattata con rispetto, umanità e accompagnata verso una soluzione della loro angoscia più grande, non si può tacere di fronte ad un argomento spinoso e controverso, ovvero il valore della vita ed il valore dello Stato.
Questa è, indipendentemente da come la si veda, una situazione in cui da un lato c'è il rigore perfetto e cristallino della legge e del diritto, nella sua essenza più pura e più alta, e dall'altro c'è il dovere di tutelare la vita da parte dello Stato.

In diverse occasioni lo Stato, per mantenere rispetto alle sue regole, ha dovuto prendere decisioni non facili: si poteva certamente avere meno magistrati morti se si veniva a patti con la mafia, o meno vittime del terrorismo, riconoscendo movimenti terroristici come legittimi poteri politici, o ancora, si sarebbe potuto venire a patti col regime fascista, durante il 43-45, ed evitare tutti quei brutti fastidi della Guerra di Liberazione.

Quel che voglio dire in sostanza è che, per come la posso modestamente vedere io, credo che un Presidente del Consiglio che sfida Presidente della Repubblica, Costituzione e Magistratura per salvare una vita, stia in realtà creando la morte clinica dello Stato.




Per concludere in bellezza, un breve documento della nostra biologa di fiducia, Federica Infante,  che chiarisce in pochi semplici termini il significato della parola più abusata di questi tempi:

EUTANASIA:TRA STATO E CHIESA

Il termine eutanasia etimologicamente deriva dal greco “ buona morte” e definisce una qualsiasi azione o omissione che procura la morte allo scopo di eliminare ogni dolore.

Con questa definizione si può distinguere il concetto di eutanasia in attiva e passiva. Per passiva s’intende la sospensione dei trattamenti di sostegno vitale ad un ammalato cosiddetto terminale; l’eutanasia attiva invece prevede l’intervento diretto per interrompere la vita attraverso varie metodiche (ad esempio la somministrazione di farmaci letali).

Mentre la maggioranza dell’opinione pubblica ritiene ben distinte queste due forme di eutanasia (condannando quella attiva e giustificando in parte la possibilità di effettuare quella passiva),altri ritengono che il valore morale di un atto non sia determinato dalla sua forma (attiva o passiva) bensì dalle ragioni che lo sostengono. È pur sempre evidente che nel dibattito sull’eutanasia emerge nettamente la contrapposizione sul piano morale e religioso tra due concezioni opposte:la sacralità della vita(e quindi la sua non disponibilità da parte dell’individuo)e la difesa della dignità della persona dinnanzi alla malattia e alla morte. Davanti a questa contrapposizione di concetti che ricalca il contrasto tra mondo laico e mondo cattolico, difficile è trovare una posizione intermedia che permetta la convergenza di due visioni diverse del mondo.

Il problema dell’eutanasia, pur non essendo specifico della nostra epoca,si è acutizzato negli ultimi anni per il profondo mutamento che le condizioni del morire hanno subito a causa dei progressi della medicina. Mi riferisco ai progressi della neurorianimazione e alle terapie di sostegno vitale,inizialmente messe a punto per le malattie acute,e successivamente applicate alla patologia cronica e che hanno determinato prolungamento della vita in condizioni di coscienza abolita o gravemente ridotta (cosiddetto STATO VEGETATIVO).

Per accanimento terapeutico intendiamo un concetto opposto a quello di eutanasia,in particolare ogni attività terapeutica e/o diagnostica di documentata inefficacia che determina un ulteriore prolungamento della vita di un ammalato terminale. Il suo esercizio risulta connesso alla cosiddetta medicina difensiva per cui il medico per timori di possibili vertenze giudiziarie o sentimenti di pietà prolunga la vita al paziente con lunghe e sproporzionate terapie. Di fronte a questo atteggiamento anche la Chiesa Cattolica è intervenuta ammettendo la liceità d’intervenire attivamente per lenire le sofferenze ricorrendo a farmaci analgesici, per lo più oppiacei, anche se questi farmaci possono deprimere la coscienza e il respiro e in qualche modo accelerare il processo stesso della morte. L’enciclica “Evangelium vitae” di Giovanni Paolo II (1995) sottolinea l’importanza delle cure palliative pur ribadendo la condanna morale dell’eutanasia come “grave violazione della legge di Dio,in quanto uccisione deliberata e moralmente inaccettabile di una persona umana” suggerendo “ una via ben diversa….. la via dell’Amore e della vera Pietà….. la domanda che sgorga dal cuore dell’uomo e soprattutto domanda di compagnia,di solidarietà e di sostegno nella prova…”

Quattordici anni dopo, sembra difficile correlare queste affermazioni della Chiesa con le recenti parole delle autorità ecclesiastiche ed in particolare del cardinale Bagnasco : “ Togliere il nutrimento, come si deve chiamare se non omicidio? Com’è possibile far morire una persona in nome di una sentenza?” Con queste affermazioni sicuramente la Chiesa ha voluto ribadire le proprie posizioni dogmatiche che non possono aprire una strada ad un dialogo o a una condivisione tra mondo laico e mondo cattolico.

Arrivati a questo punto, mi sembra giusto citare le future prospettive di legge per il riconoscimento giuridico delle direttive anticipate, cioè il testamento biologico.

Con questo termine si definisce la volontà dell’individuo, nel pieno possesso della sua coscienza,di scegliere se essere sottoposto o meno alle procedure di rianimazione in caso di coma, l’espressione di tale volontà deve avvenire per iscritto. Il problema nasce proprio dal fatto che non esiste,in Italia, alcun riconoscimento giuridico del testamento biologico; mentre scrivo queste parole è in corso un disegno legislativo che cerca di rimediare a questa mancanza in relazione alle note vicende del caso Eluana Englaro .

Sicuramente si tratta di un concetto che presuppone una visione laica dell’esistenza umana che viene rivendicata da più parti della società. In questi ultimi anni si sta riscontrando un aumento delle persone che si affidano alla comunicazione telematica (ad esempio video su you tube) per esprimere le proprie volontà richiedendo di “non essere sottoposti a trattamenti terapeutici e di alimentazione forzata” in condizioni terminali ( a causa di malattia degenerativa o incidente). Però tali testimonianze hanno a tutt’oggi un valore puramente etico e non giuridico.




TAG:  ELUANA  NAPOLITANO  BERLUSCONI  EUTANASIA  TESTAMENTO BIOLOGICO  ACCANIMENTO TERAPEUTICO 
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