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contributo inviato da Moni2009 il 4 febbraio 2009
...ed è con estremo rammarico che lo dico ed un'infinita tristezza!

Le prove stanno in due numerini: 220 contro 60 circa.

E' la differenza tra l'America e noi in termini di anni di democrazia, una differenza immensa che non ci permette di competere con l'unico paese al mondo dove la democrazia vive veramente e dove il sogno americano del self made man oggi più che mai è reale e realizzato nella sua essenza più profonda.

Ieri ho pianto, sì ho pianto, io italiana, lontana mille miglia dall'America, ma vicina più che mai con il cuore a questo "giovane" popolo capace ancora di essere protagonista del cambiamento ed arbitro assoluto dei propri destini.

Ieri ho pianto, per la commozione, vedendo quel uomo nero, allampanato e con le orecchie a sventola, che da stanotte porta sulle spalle un peso enorme e un'enorme responsabilità, salire sul palco con le sue bambine e sua moglie, nel momento della vittoria, per ringraziare tutti quelli che l'hanno aiutato e supportato negli ultimi due anni e che hanno permesso tutto ciò, in primis fra tutti il popolo americano.

Ho pianto anche per la tristezza, per una segreta consapevolezza del divario che separa la nostra politica da quella americana, i nostri politici da quelli americani - quando mai da noi s'è visto un vincitore salutare e congratularsi col suo avversario al quale ha tributato addirittura parole sincere di ammirazione e rispetto, ed ancora, quando mai abbiamo visto dopo le nostre competizioni elettorali un perdente ammettere di esserlo e soprattutto accollarsi tutte le responsabilità della sconfitta!!!! ed infine, quando mai abbiamo assistito a due rivali che, finita la competizione, dichiarano entrambi che adesso è il momento di rimboccarsi le maniche per lavorare assieme per risollevare le sorti della nazione? MAI!

Ho pianto per rabbia, una rabbia sorda e rassegnata di fronte alla inconsistenza umana dei nostri politici ma soprattutto del nostro popolo eternamente succube, che pur avendo subito per secoli oppressioni e domini "stranieri", pur avendo conquistato col sangue dei suoi figli la libertà e ancora con più fatica, tra due orribili guerre, l'esercizio della democrazia, non sa ancora quale sia il significato profondo di questa parola ed ha completamente dimenticato cosa sia veramente la Patria.

Già, perché in America patria è il popolo tutto, patria è il sogno americano, patria è la democrazia, la libertà d'opinione, la libertà di essere se stessi e l'opportunità di diventare qualsiasi cosa uno voglia, è in definitiva l'opportunità di ricercare la felicità (e non un altare con un picchetto e quattro corone di fiori come per noi italiani!).

Per questo l'America è l'America e difficilmente, al di là di tutto quello che possiamo contestarle, si riesce a non amarla.

Per questo Barak e John hanno detto la stessa cosa da palchi diversi lontani centinaia di km: rimbocchiamoci le maniche insieme per l'America, per il popolo americano, per guidarlo fuori dalla recessione, per risollevarne le sorti, per ridargli una speranza per il futuro, speranza senza la quale l'America si ferma (e chi non si fermerebbe!).

Per questo il discorso di Obama colpisce al cuore come un pugno duro, scava solchi per le lacrime che sgorgano in profusione per la profonda emozione, stringe le viscere quasi per una vergognosa invidia per il fatto di non essere americani e di non avere quindi un diritto naturale ad esultare per questa vittoria, la loro vittoria, la vittoria di tutti gli americani, di tutta l'America.

Per questo di fronte a cotanta dimostrazione di civiltà e democrazia ci sentiamo piccoli, piccoli, ci sentiamo ancora relegati nei primordi del cammino umano verso tutte le forme di libertà, ci sentiamo orfani di uomini così nobili e generosi (sia Obama che McCain) e di ideali capaci di farci smuovere da questo limbo in cui vegetiamo da decenni (se non da secoli, intervallati da brevi barlumi di coscienza!), ci sentiamo insomma inadeguati, come inadeguata consideriamo la nostra classe politica per portare avanti il coraggioso cambiamento che sarebbe necessario in questo momento di tremenda congiuntura.

Per questo il sogno americano (l' I have a dream...di M.L. King, ripreso da J.F.Kennedy nel suo discorso post elettorale, ed oggi infine da Obama) incarna ormai il mito dell'America in quanto simbolo di democrazia e di tutte le libertà, simbolo del possibile e del realizzabile, simbolo incarnato e sintetizzato nell'altrettanto ormai mitica affermazione: YES, WE CAN! ...affermazione che nelle nostre italiche bocche suona però solo come un beffardo scherzo del destino, uno strappo, un furto, un qualcosa che non è nostro e che mai lo sarà, a meno che la nostra volontà di cambiamento, prima che le sembianze e l'esteriorità, non conquisterà i nostri cuori e le nostre viscere, affermando e praticando quello spirito di servizio e sacrificio che Obama ha chiesto all'America di condividere con lui, per superare insieme le avversità e difficoltà che li aspettano nel lungo e faticoso cammino verso il mondo nuovo che stanno per costruire.

God bless and saves America!

06/11/2008

TAG:  BARAK  OBAMA  DEMOCRAZIA  SOGNO  AMERICA  EMOZIONE 

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4 febbraio 2009
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