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contributo inviato da viaggio il 8 gennaio 2009

Mi metto nei panni di un comune cittadino israeliano, un abitante di Tel Aviv, Gerusalemme o Jaffa, di quelli che vogliono solo vivere in pace e lavorare per crescere i figli nel modo migliore.

Non in quelli di un colono che si è andato a stabilire in un qualche comprensorio costruito nei territori occupati dopo la guerra del ’67. Quello dovrebbe saperlo che lì non è il posto migliore per vivere in pace. Come un abitante di Reggio Emilia o Varese che decidesse di stabilirsi a Platì, anzi molto peggio. Insomma un cittadino che, sicuramente, non odia i palestinesi e che vorrebbe solo vivere in pace, senza il terrore di vedersi la casa bombardata da un razzo o con l’apprensione quotidiana di sapere se i figli sono arrivati o no a scuola, se la moglie tornerà dalla spesa o il marito dal lavoro.

Come si sentirà oggi? Più sicuro che il futuro sarà migliore? Non credo. Penso, anzi, che dopo la strage che si sta compiendo a Gaza si sentirà molto più preoccupato di prima.

Magari si sorprenderà a pensare che, forse, se quello è l’unico modo, sarebbe bello che tutti i palestinesi sparissero d’incanto ma, sapendo che questo non succederà mai, la sua angoscia crescerà. Aumentata da un senso cupo di rimorso per aver pensato così, combattuto nell’animo vedendo i suoi figli e pensando a quelli dei palestinesi, che stanno morendo nel preciso istante in cui ha formulato quel pensiero.

La guerra, magari per un momento, rende tutti peggiori. Per questo non è mai la soluzione. Perché anche quando sarà finita lascerà ferite insanabili, perché una volta iniziata la guerra non finisce mai. E sapere che centinaia di civili sono morti non ripagherà il dolore per l’uccisione del cugino Yitzhak o della sorella Golda.

Hamas è una brutta bestia, ma quello che sta succedendo, invece che sconfiggerla, alimenterà altro odio, che accrescerà la sua voglia di combattimento e creerà nuovi combattenti tra quelli, sempre di più, che non avranno niente da perdere.

Non è questa la strada per la sicurezza e la pace d’Israele, questa è la strada della sua distruzione morale.

Penso che in un altro mondo, dove non sia obbligatorio ragionare per schemi, si sarebbe preso atto, da tempo, che né i palestinesi, né gli israeliani sono in grado di gestire da soli un qualsiasi processo di pace. Da soli non arriveranno mai a realizzare la politica dei “due popoli due Stati”, non riusciranno mai a farsi quelle concessioni reciproche che sono indispensabili per realizzarla.Il punto è che le maggiori potenze politiche mondiali sono troppo squilibrate a favore di Israele che, per questo motivo, preferisce gestire lo status quo, piuttosto che fare concessioni determinanti.

La sicurezza di Israele può e deve essere garantita da una forza militare internazionale, da un accordo politico contratto e monitorato da tutti gli stati dell’area con Europa e Usa, da una lotta internazionale contro il terrorismo. Una lotta vera, non la follia dell’Iraq. Questo sarebbe, in un altro mondo.

Questo, in cuor suo, sa quel cittadino comune israeliano, ma da solo non ce la fa e noi, a forza di dare sempre e solo ragione a qualsiasi scelta dei suoi governi, non lo stiamo aiutando, non stiamo aiutando Israele.

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