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contributo inviato da Andrea Cavaletto il 9 dicembre 2008
Cacicco. Dallo spagnolo cachique, originariamente riferito ai capi delle comunità locali dell'America Latina, indica il notabile locale che gestisce il potere in modo clientelare, sostituendo ad idee e programmi la gestione di interessi e del proprio bacino di influenza. E', secondo Gustavo Zagrebelsky, il cancro in seno al Partito Democratico in una condizione di assenza del potere centrale. "A livello locale i cacicchi sono scatenati", scrive il presidente emerito della Corte Costituzionale, a causa principalmente di due fattori: il mancato ricambio generazionale e la debolezza di un Partito disorganizzato incapace di dettare linee comuni di condotta.

Un'analisi certo molto dura e poco digeribile da parte di dirigenti e militanti democratici, ma che descrive abbastanza fedelmente l'anarchia vigente nel nostro Partito ed i suoi risvolti etici: lucidissima a questo proposito l'autocritica di Gianni Cuperlo che ci spinge a tornare a parlare di diversità, come ai tempi di Berlinguer e di un Partito, quello comunista, che era rimasto al di fuori della Storia perdendo il contatto con una società reale in evoluzione, ma che dall'altra parte:

(..) Educava. Formava i suoi quadri. Obbligava per mille vie all’adozione di un codice etico, di una moralità pubblica che (con buona pace di Ricolfi) ha rappresentato un patrimonio inestimabile negli anni delle vacche magre. Insomma, è vero che la politica se ne andava da un’altra parte (politica nel senso del legame culturale, sociale, programmatico con la realtà) ma c’era comunque un nesso che legava quella comunità e la faceva sentire tale. Un’idea di Stato e di servizio. Una concezione volitiva dell’impegno politico. Una comune appartenenza. Poi è iniziata una pellicola diversa.

Una "pellicola diversa" che ha portato un'intera classe dirigente della sinistra democratica all'adozione del pragmatismo assoluto come vangelo politico, alla trasformazione di una forza di popolo in un condominio dove ottimi amministratori e contabili "col dogma del pareggio di bilancio" hanno finito per diventare il Tutto, anzichè essere espressione di un qualcosa di più vasto, di un centro di osservazione a 360 gradi della realtà.

E abbiamo perso perché non è dato un partito, una forza, una coalizione, tenuta insieme solo dalla forza del suo programma. O dalla serietà del suo amministrare. Serve quello. Ma serve un principio di appartenenza, una comune lettura del tempo, un’idea di dove vuoi condurre tradizioni e valori, senza di cui manca il perno intorno al quale tutto il resto ruota. E anche la selezione delle élites, delle classi dirigenti, ne ha risentito. La si può chiamare la funzione pedagogica di un partito. La si può definire in altro modo. Ma il nodo è lì. Che un partito, una comunità di persone, non sta insieme solo nel nome di uno statuto o di un “codice etico”. Ecco, già l’idea di un “codice etico” mette i brividi. Perché il contenuto di quel codice, in teoria, se la comunità di cui sopra esiste per davvero non avrebbe bisogno di esser messo nero su bianco. Dovrebbe funzionare da solo. In automatico. E’ quella cosa per cui se io sono indagato dalla magistratura, non attendo che qualcuno mi segnali la necessità di fermarmi e collocarmi di lato. Lo faccio. Punto. Perché sento che la mia comunità ne ha bisogno. Perché sono parte di qualcosa che non dipende da me, ma che dalle mie scelte può trarre beneficio o danno. E lo stesso vale per i singoli comportamenti. Sento dire che ci sono atteggiamenti e fatti e circostante che non hanno rilevanza penale. Benissimo. Ma il punto non è sempre la rilevanza penale.


E' difficile per il sottoscritto non condividere le parole di Cuperlo e non ammettere come questa situazione si respiri quotidianamente, sul territorio come negli organismi dirigenti a Roma. A mancare è proprio una visione d'insieme, uno scopo, un'identità (che è ben altro dall'autoreferenzialismo), un senso di comunità: si va ormai in ordine sparso, e nell'anarchia il codice etico non ha di certo la meglio.

Potrebbe suonare retorico, ma a questo Partito serve un ricambio generazionale, di classe dirigente. Ma non basta: serve anche che la generazione in questione si faccia trovare pronta a recidere le vecchie logiche, smettendo di scimmiottare la generazione che l'ha preceduta. E poi serve un Partito federale, che sappia delegare ai territori scelte e analisi, ma che resista alle sirene leghiste e ritrovi nell'unità nazionale, così come in un'identità definita e maturata dai valori di libertà e solidarietà patrimonio del centrosinistra, un suo collante che possa diventare, con paziente labor limae e capacità di inversione culturale, anche il collante di un'Italia oggi disgregata e in preda ad egoismi e paure di matrice antica. E' questo secondo me il compito che attende noi giovani democratici,che stiamo cominciando a costruire un'organizzazione dalla quale pretendiamo molto. E' questo il compito dei giovani e dei meno giovani che si impegnano sul territorio per una politica che non sia mera gestione dello status quo ma che abbia l'ambizione di cambiare realmente le cose e farlo con cognizione di causa, liberi da vincoli personali, ideologici o di nomenklatura.


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