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contributo inviato da silbi il 4 novembre 2008
Stamattina, all'inaugurazione dell'anno accademico del Politecnico di Milano, il presidente della Lombardia Formigoni ha pronunciato un discorso di forte critica ai tagli indiscriminati all'università previsti dalla legge 133. Poco dopo,  Calderoli e Bocchino hanno fatto una cauta apertura all'opposizione sulla riforma dell'università, annunciando l'intenzione di  non procedere con un ulteriore decreto ma di affrontare il problema con un disegno di legge.
La notizia di questo clamoroso dietrofront è stata in parte oscurata dalla risibile azione di protesta di pochi studenti di Azione Univeritaria, che hanno interrotto la cerimonia con uno striscione 'contro i baroni'. Uno 'specchietto per le allodole', per distrarre l'attenzione dell'opinione pubblica dal cambiamento di atteggiamento del governo... questo cambiamento è stato imposto innanzitutto dai malumori di Cl (che nel Politecnico è ben presente), di cui Formigoni si è fatto portavoce; ma anche dal concreto timore della Lega di perdere il consenso, vista la vastità della protesta (che, malgrado ogni sforzo, non è stato possibile attribuire in modo credibile all'azione di 'facinorosi' o di 'bamboccioni manovrati dai baroni universitari'). In questo senso l'autocritica del governo si può considerare una vittoria del movimento studentesco.
Bene ha fatto il Pd a non 'cavalcare' sterilmente la protesta, ma a farsene portavoce nelle aule del Parlamento (per quanto ciò sia stato, inevitabilmente, inutile); ancor meglio ha fatto Veltroni a chiarire subito che il dialogo ci sarà solo se verranno effettivamente sospesi i tagli previsti dalla finanziaria.
Sì, perchè la strategia del governo ora potrebbe essere la seguente: iniziare una lunga ed estenuante discussione parlamentare sulla riforma dell'università; distribuire qualche soldo alle università più 'virtuose', come appunto il Politecnico (oggi pomeriggio la Gelmini ha inviato al rettore Ballio un messaggio di stima ed encomio, in cui dice di considerare il Politecnico un modello per tutta l'università italiana), in modo da poter dire di 'avere stanziato dei fondi in modo meritocratico'; ma portare avanti comunque i tagli previsti dalla L.133 - cioè lo smantellamento di tutto il sistema  universitario, anche degli atenei 'virtuosi'.
Il momento è molto insidioso: si tratta da un lato di non permettere al governo di inscenare una facciata di 'dialogo e meritocrazia' che gli consenta di portare avanti comunque la sua strategia vandalica; dall'altro di non perdere l'occasione per mettere mano seriamente a una riforma della quale l'università italiana ha certamente bisogno.
I 10 punti del Pd sono senz'altro una buona base di partenza, ma secondo me occorrerebbe fare di più: bisognerebbe presentare velocemente una proposta di legge, sulla quale il governo sia chiamato a discutere con concretezza. Alcuni principi irrinunciabili secondo me sono:
- l'eliminazione dei concorsi locali e anche di quelli nazionali. L'unica cosa che ha senso è la lista nazionale degli idonei, giudicati possibilmente da commissioni formate almeno in parte da esperti stranieri; poi ogni università chiami chi vuole... tanto è già così!
- la formazione di un organismo di valutazione, sempre con l'apporto di una componente non italiana, per quello che riguarda la ricerca; tale valutazione sarebbe strettamente vincolante per l'assegnazione dei fondi di ricerca;
- parallelamente, la formazione di un organismo per la valutazione della didattica, che tenga conto anche dei giudizi espressi dagli studenti (cioè dagli utenti!), oltre che di parametri facilmente quantificabili (numero di iscritti, di laureati, di dottorati, di fuori corso ecc); questa valutazione sarebbe determinante per l'assegnazione del fondo ordinario;
- la detassazione degli utili di impresa investiti in ricerca universitaria o in sostegno economico all'università pubblica (che bisogno c'è delle fondazioni?)
- l'abbassamento dell'età della pensione per i professori (un ordinario settantenne il più delle volte non fa ricerca e fa una didattica un po' obsoleta; potrebbe rimanere in università dopo la pensione come 'professore emerito', ma senza oneri per l'ateneo!)
- l'autonomia nelle scelte di investimento del singolo ateneo, ma con vincoli stretti (tipo Maastricht) sul bilancio;
- visto che uno dei problemi dell'università italiana è la scarsa mobilità degli studiosi (a ogni ateneo costa meno promuovere un docente già strutturato che chiamarne uno dall'esterno) perchè non introdurre la 'portabilità dello stipendio' ? Cioè ogni ricercatore/professore dovrebbe poter andare a fare ricerca dove più gli garba, portandosi appresso le risorse economiche per il proprio stipendio. In questo modo le università più competitive ed attrezzate non avrebbero problemi ad attirare a sè gli studiosi migliori (desiderosi, a loro volta, di essere inseriti in un centro di alto livello); quelle più scarse dovrebbero attrezzarsi per riuscire ad attirarli a loro volta. Mi rendo conto che questo sistema non è esente da rischi di clientelismo (se stai da me ti lascio fare quello che vuoi). Ci vorrebbero dei controlli seri... ma, almeno nelle fasi iniziali della carriera universitaria, secondo me potrebbe essere davvero utile.
Ciò detto, spero che queste mie parole vengano lette e magari commentate da qualcuno... sarebbe davvero un peccato che tutto cadesse nel vuoto, che l'enorme partecipazione della gente sui temi della formazione nel nostro paese venisse tradita e sprecata.
TAG:  POLITECNICO DI MILANO  FORMIGONI  DIETROFRONT  PROPOSTA DI LEGGE  SUGGERIMENTI 

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