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contributo inviato da djazz il 10 ottobre 2008


Michele De Lucia, Il baratto, il Pci e le televisioni: le intese e gli scambi


di Andrea Pugiotto *

1.
Temerarietà

 

Per dirla con il dizionario, «temerario» è colui che non ha timori, che – magari per eccesso di ardimento - non si preoccupa dell’effettiva consistenza di un pericolo. Non conosco Michele De Lucia, eppure mi sono fatto l’idea che si tratti di un giovane temerario.

 


Solo un temerario, infatti, può accettare l’elezione a tesoriere di Radicali Italiani, certamente tra i lavori più usuranti sulla piazza. Solo un temerario può concorrere alla fondazione dell’associazione Anticlericale. net, in un paese come il nostro dove la sudditanza culturale alla Chiesa di Roma si spinge, con gli atei-devoti, all’incarnazione di un ossimoro.

 


Non stupisce, dunque, che De Lucia abbia scritto un libro temerario per una delle case editrici, la milanese Kaos, a sua volta temeraria quant’altre mai. Non saprei definire altrimenti un editore che, tra le altre cose, pubblica le opere di autori irregolari (come Ernesto Rossi, Giorgio Galli, Sergio Flamigni); fa quella che una volta si sarebbe detta “controinformazione” su cose vaticane (con una collana titolata In nome di dio) o stampa documenti integrali (nella collana Dossier) utili per meglio farsi un’idea di snodi cruciali della recente storia italiana; edita la raccolta degli interventi parlamentari di deputati radicali (come Leonardo Sciascia, Enzo Tortora, Marco Pannella); dedica una collana (Dietro lo schermo della tv) per raccontare biografie non autorizzate di chi in televisione conta davvero o comunque ha potere (come Vespa, Costanzo, Baudo, Ferrara, Sgarbi).

 


Il baratto ed il suo Autore si trovano certamente a proprio agio – mi pare di poter dire - in mezzo a questa libertaria compagnia.

 


2.
Cosa racconta il libro e come lo racconta

 

Di quale baratto si tratta (o, per meglio dire, baratti: sul preferibile uso del plurale tornerò dopo)? Il sottotitolo del volume ci aiuta come un navigatore satellitare: «Il PCI e le televisioni: le intese e gli scambi fra il comunista Veltroni e l’affarista Berlusconi negli anni Ottanta».

 


In realtà il libro copre un arco temporale più ampio: il decennio 1980-1990 è certamente il più scandagliato a fondo, ma l’indagine di De Lucia (o, per meglio dire, le sue ipotesi interpretative) si spingono fino ad includere l’esperienza del Berlusconi politico ed a lambire l’ultima campagna elettorale del 2008.

 


L’indagine muove – io credo – da un’intuizione di fondo. Quasi banale nella sua ovvietà, eppure ricca di potenzialità euristiche: la circostanza cronologica per cui, negli anni in cui Silvio Berlusconi costruisce il suo monopolio televisivo privato, il suo sparring-partner principale all’interno dell’allora PCI è sempre Walter Veltroni. Il quale – come ama dire – non sarà mai stato comunista, ma è certamente stato per lungo tempo vice e poi responsabile per il PCI del Dipartimento informazione e comunicazione di massa. E, in tale veste, ha partecipato in prima persona ad elaborare e gestire le strategie del suo partito in materia televisiva.

 


L’intuizione viene messa a valore attraverso una mole di informazioni che, con pazienza certosina, l’Autore ricava da fonti dirette: articoli di stampa (prevalentemente di area comunista: Unità, Rinascita, il periodico della corrente migliorista Il Moderno), dispacci ANSA, atti parlamentari, registrazioni di eventi conservate in quel formidabile pozzo di San Patrizio che è l’archivio audio (ora anche video) di Radio Radicale.

 


L’intervento di De Lucia su questi materiali è ridotto all’essenziale. La scelta medotologica è di ordinarli e di cucirli in sequenza secondo una linea cronologica, facendoli parlare direttamente senza interventi esegetici dell’Autore e riducendo al minimo le chiose a commento.

 


Tornerò, alla fine del mio intervento, su questa scelta di metodo. Aggiungo che in molti casi il libro riproduce la copia anastatica del documento citato, per assicurare l’autenticità della fonte e la veridicità dell’informazione. Lo fa soprattutto con i documenti – come dire? – più critici.

 


Giusto qualche esempio, per dare l’idea. La lettera con cui Berlusconi chiede al leader socialista Craxi di far bloccare un’imminente ispezione della Guardia di Finanza presso il suo gruppo (22 aprile 1980). Il rapporto della Criminalpol dove si parla delle relazioni pericolose tra Marcello Dell’Utri e il boss mafioso – ma elevato di recente al rango di eroe - Vittorio Mangano (13 aprile 1981). L’informativa della Guardia di Finanza sul ruolo di Silvio Berlusconi in un intenso traffico di stupefacenti dalla Sicilia al resto della penisola e oltralpe (30 maggio 1983). La sentenza della Corte d’Appello di Venezia che condanna Berlusconi per falsa testimonianza, avendo mentito – in tribunale e sotto giuramento – sulla data della sua affiliazione alla Loggia P2 (23 ottobre 1990). Il rapporto della polizia ticinese sul coinvolgimento di Berlusconi in attività di riciclaggio (13 settembre 1991).

 


Al lettore informato viene in mente una battuta del film Il caimano, quando Nanni Moretti – canticchiando un vecchio motivo, credo, di Adamo - si rivolge sarcastico alla giovane regista che gli propone un copione sull’ascesa imprenditoriale e politica di Silvio Berlusconi: «Si grazie, però guarda, un film su Berlusconi proprio no, tutti sanno già tutto su Berlusconi […]. Chi voleva sapere sa. Per chi non vuole capire…Dai, cosa vuoi informare di più! Si sa tutto». E tuttavia, vedendo questi documenti uno dietro l’altro, in ordinata fila indiana, una certa inquietudine sale. Ed è indubbiamente un merito del libro (ri)metterli in circolo in un paese smemorato come il nostro.

 


Altrettanto vale per la ricca Appendice finale, che riproduce – come da titolo – una serie di «testuali parole» non agevolmente recuperabili altrove. Di questa appendice, raccomando la lettura di tre inediti assoluti.

 


Il primo inedito è la conferenza stampa di Berlusconi, rubricata da De Lucia con l’anacoluto L’anticomunista nella patria del comunismo, che illustra i contenuti dell’accordo – su cui tornerò - tra Fininvest e tv sovietica (4 maggio 1988).

 


Gli altri inediti sono i due minuetti tra Veltroni e Berlusconi, alla Festa dell’Unità di Milano (12 settembre 1986) e alla Commissione cultura della Camera in occasione dell’audizione del presidente Fininvest (13 aprile 1988): in entrambe le occasioni sembra di assistere – se mi si concede il gioco di parole - ad un Valzer Veltroni.

 


La narrazione dei fatti così confezionata dall’Autore suggerisce il consumarsi di più baratti tra il funzionario comunista e l’affarista di potere. Io ne ho contati almeno tre: un baratto riuscito; un baratto tentato, un baratto inesplicato.

 

 


3.
Il baratto riuscito

 

Il baratto riuscito è quello che si consuma tra il 1984 ed il 1985.


Ricostruiamone il contesto. Nell’agosto del 1984 il monopolio berlusconiano della tv privata è cosa fatta, con l’acquisto di Rete4 da Mondadori, che va ad aggiungersi a Canale5 e ad Italia1 già acquistato da Rusconi. E’ un trust cresciuto nell’illegalità: dal 1974 la Corte costituzionale (con la sentenza n. 226) ha liberalizzato le trasmissioni private via etere solamente in ambito locale, conservando il monopolio statale delle trasmissioni via etere su scala nazionale.

 


Per aggirare il divieto, le televisioni di Berlusconi ricorrono alla tecnica della cd. interconnessione: in pratica, la stessa trasmissione in precedenza videoregistrata, viene trasmessa sull’intero territorio nazionale attraverso la contemporanea messa in onda di identiche videocassette. L’anomalia di tale situazione di fatto, favorita dall’inerzia legislativa in materia ma comunque vietata dall’allora vigente codice postale, viene rilevata dalla Corte costituzionale e poi condannata da alcuni pretori (Torino, Roma, Pescara) che ordinano – si disse allora – di oscurare in ambito locale i relativi impianti televisivi privati. Oscurare un fico secco: in realtà i tre network nelle tre regioni interessate dai provvedimenti pretorili possono comunque trasmettere a livello locale; ciò che è vietato è l’escamotage adoperato. Ma il Mago di Arcore sa come trasformare ad arte la realtà.
L’incantesimo ce lo ricorda De Lucia:

 

«La Fininvest mette in scena una specie di “serrata” per impressionare i telespettatori: in Piemonte, Lazio e Abruzzo gli schermi dei tre network di Berlusconi vengono oscurati con la scritta “Per ordine del pretore è vietata la trasmissione in questa città dei programmi di Canale5, Italia1 e Rete4 regolarmente in onda nel resto d’Italia”. Nelle altre regioni, la Fininvest scatena una martellante campagna di protesta televisiva, accusando la magistratura di un “gravissimo attentato alle libertà costituzionalmente garantite”, attentato “che provoca gravissimi danni alle emittenti commerciali e alle industrie utenti di pubblicità”. Questa demagogica campagna di Berlusconi contro l’inesistente “oscuramento” mira a provocare una rivolta dell’opinione pubblica, e a prevenire il peggio: se anche le Preture di altre regioni applicassero la legge, il monopolio televisivo della Fininvest crollerebbe in brevissimo tempo» [p.
85-86]

 

In soccorso all’amico Berlusconi interviene il Governo Craxi con un primo decreto legge nel 1984, bocciato però dal Parlamento perché ritenuto incostituzionale. Ne fa un secondo nel 1985, poi convertito in legge. Per entrambi i decreti legge (come per il terzo, che verrà emanato nel giugno 1985), si parlerà comunemente di decreti-Berlusconi: l’abitudine del nostro a servirsi di normative ad hoc ha radici lontane….

 


Vengo al punto. Carte alla mano, De Lucia argomenta come per la conversione in legge del secondo decreto si riveli decisivo l’atteggiamento parlamentare del PCI.

 


Come insegno ai miei studenti, il decreto legge è fonte dalla natura provvisoria: entra immediatamente in vigore ma va convertito dalle Camere entro 60 giorni. In caso contrario, decade e tutti i suoi effetti sono nulli, tamquam non essent (salvo sanatoria legislativa). Si poteva impedire la conversione in legge del secondo decreto Berlusconi? Si poteva. Con l’ostruzionismo parlamentare. Il termine di decadenza era così ravvicinato che sarebbe bastato niente per riuscirci: approvato alla Camera, il testo approda al Senato venerdì 1 febbraio e deve essere convertito entro la mezzanotte di lunedì 4 febbraio. E’ quanto tentano i parlamentari radicali, demoproletari, della sinistra indipendente, contando anche sul forte disagio politico della sinistra democristiana.

 


Il PCI no. Alla Camera rinuncia all’ostruzionismo. Sceglie la strada dell’opposizione duttile e morbida. Presenta emendamenti. Al Senato, dove il Governo Craxi pone la questione di fiducia, garantisce il numero legale delle sedute. Lascia l’aula del Senato al momento del voto, accertandosi però che la presenza del gruppo missino garantisca la regolarità della seduta. Salva così le apparenze, assicurando nel contempo la conversione in extremis della normativa a salvataggio del monopolio Fininvest.

 


Perchè? Ciò a cui il PCI guarda con primario interesse è la rete pubblica, piuttosto che preoccuparsi dell’assetto della tv privata. Con DC e PSI - mentore l’allora ministro Gava (recentemente scomparso, ma già anche lui santo subito) - il PCI concorda il contenuto di alcuni emendamenti al decreto in conversione, che modificano i poteri di nomina al vertice della RAI: si tratta di un passaggio obbligato, per permettere al partito comunista di avere finalmente propri membri nel nuovo Consiglio di amministrazione della tv di Stato e – a seguire – un nuovo assetto che porti la Rete Tre ed il relativo tg nell’orbita di influenza del PCI.


Ecco il baratto:

 

«In cambio del controllo della Terza rete Rai con annesso “Tg3”, Veltroni garantisce che il suo partito permetterà alla maggioranza di approvare in tempo utile il decreto-Berlusconi; il Pci otterrà Rai3 attraverso alcune modifiche dei poteri di nomina al vertice della tv di Stato» [p.
95]

 

La cambiale verrà riscossa nel gennaio 1987, con la nomina di Angelo Guglielmi a direttore della terza rete e di Alessandro Curzi a direttore del relativo telegiornale. Un baratto riuscito.

 

 


4.
Il baratto tentato

 

Il secondo scambio configura un baratto tentato (ma non riuscito), che si consuma nella seconda metà degli anni ottanta.

 


Di questa fase, il libro di De Lucia ci racconta alcune cose, meno note delle precedenti ma egualmente interessanti. Mettiamole in fila.


1) Il fallimento del progetto veltroniano di creare una rete di televisioni regionali in un grande network nazionale (Net). Fallimento cui segue la vendita a Fininvest di molte delle relative emittenti distribuite in giro per l’Italia.
In tal modo, il PCI non finisce per alimentare la rete dei network berlusconiani?

2) Le frequenti inserzioni pubblicitarie di Fininvest pubblicate nel già citato Il Moderno.
Alcune di queste pagine di pubblicità sono riprodotte nel volume, così come vengono ripresi articoli del periodico, invero più adatti ad un bollettino aziendale Fininvest:

 

«Il numero di febbraio de “il Moderno” (il mensile della corrente “migliorista” del Pci) scrive che “la Rivoluzione Berlusconi [è] di gran lunga la più importante, cui ancora qualcuno si ostina a non portare il rispetto che merita per essere stato il principale agente di modernizzazione, nelle aziende, nelle agenzie, nei media concorrenti. Una rivoluzione che ha trasformato Milano in capitale televisiva e che ha fatto nascere, oltre a una cultura pubblicitaria nuova, mille strutture e capacità produttive”» [p.
115]

 

Il punto è che Il Moderno non arriva a vendere 500 copie: a che pro, allora, investire risorse in una pubblicità priva di ritorni economici?

3) La trasferta in URSS di una delegazione comunista guidata dal compagno Gianni Cervetti (Capogruppo comunista al Parlamento europeo, Membro della Direzione del PCI, coordinatore milanese della corrente migliorista), con al seguito Canale5 che, la sera del 18 aprile 1987, trasmette da Mosca un’epica puntata del Maurizio Costanzo Show (tra gli ospiti: un membro del Comitato centrale del PCUS, il viceministro della tv sovietica, una ballerina del Bolshoi, un astronauta sovietico, naturalmente il compagno Cervetti).


4) Il contratto stipulato tra la tv di stato sovietica e Publitalia, che diventa così la concessionaria esclusiva per le inserzioni pubblicitarie di tutte le aziende europee sulla televisione sovietica. La conferenza stampa del 4 maggio 1988, con cui Berlusconi annuncia il clamoroso accordo, è interamente trascritta nell’appendice del volume. Come è anche riprodotto nel libro l’incredibile manifesto, realizzato in puro stile da realismo sovietico, che celebra l’evento.

 


Questi i fatti.
Osserva, in merito, De Lucia:

 

«La sbalorditiva intesa fra Berlusconi e il Partito comunista sovietico solleva varie domande, che restano tutte senza risposta. Perché l’acerrimo anticomunista Berlusconi fa affari con la patria del comunismo? Per quali strade il presidente della Fininvest è arrivato fino a Mosca? Chi ha fatto da trait d’union fra Berlusconi e il Pcus? Perché il Pci ha dato il benestare (impensabile un affare del genere senza il placet di Botteghe Oscure), incrementando ulteriormente il già enorme potere del monopolista della tv privata in Italia? E se è così, in cambio di cosa il partito del compagno Veltroni ha permesso all’ex piduista 1816 di incassare miliardi dall’Urss e di acquisire prestigio sulla scena internazionale?» [p.
138]

 

Anche il lettore si pone un interrogativo. Se il baratto è uno scambio diretto di un bene o di un servizio tra due parti, entrambe devono ricavarne un utile. Quale sia stato il ritorno per le aziende di Silvio Berlusconi è evidente.
Ma quale sarebbe stato il tornaconto per il partito di Veltroni?

 

Certamente un flusso di finanziamento illegale a favore del PCI: le spese per la pubblicità ospitata da Il Moderno mascheravano contributi illeciti alla corrente migliorista. In tal senso vanno le testimonianze dei responsabili del periodico e del compagno Greganti, citate nel volume, nonché gli esiti del processo di “Mani pulite” per le tangenti della Metropolitana milanese. Ma la domanda attiene alla strategia di fondo del PCI. De Lucia, tra le righe, avanza un’ipotesi. Il nemico reale di Berlusconi è sempre stato il mercato, alle cui regole si è sistematicamente sottratto bussando alla porta della politica. Il PCI lo sa e tenta di accreditarsi come sponda più solida e fruttuosa di quanto possano esserlo i tradizionali padrini politici di Berlusconi, PSI in testa. Magari contando di ottenere in cambio dalla Fininvest (che si avvia ad avere la diretta televisiva) la direzione di uno dei suoi tre telegiornali.

 


E’ la ripetizione dello schema già proficuamente seguito sul versante RAI, a suggello così di una pax televisiva utile a tutti. A tutti, tranne al pluralismo dell’informazione, soffocato da un duopolio complementare, consociativo, non concorrenziale.

 


Alla resa dei conti, si tratta di una strategia che non assegnerà al PCI alcun serio dividendo. Basta guardare agli eventi successivi. L’acquisto della Mondadori nel 1989 (che, in quel momento, significa l’acquisizione anche del gruppo Caracciolo-L’Espresso). L’approvazione della legge Mammì nel 1990 (benché incostituzionale, come sancirà la sentenza n. 420/1994 della Corte). Sono tutte operazioni condotte in tandem con le forze del pentapartito.

 


Quando poi le televisioni Fininvest cominciano a trasmettere i telegiornali nazionali in diretta, l’affermazione programmatica di Fedele Confalonieri è inequivoca: «La nostra informazione sarà omogenea al mondo che vede nei Craxi, nei Forlani e negli Andreotti, l’accettazione della libertà». Infatti alla direzione dei tg berlusconiani andranno giornalisti comunque riconducibili a quella area politica (Mentana, Fede, Liguori).

 


Così come, in tutte le consultazioni elettorali (europee, nazionali, amministrative) svoltesi in quegli anni, Fininvest – grazie alla trasmissione di spot elettorali, preclusi alla RAI – agevolerà sempre candidati e partiti del CAF. Un baratto tentato, dunque, ma non riuscito (al PCI).

 

 


5.
Il baratto inesplicato

 

Il libro, infine, ci racconta di un terzo baratto che, in realtà, tale non è. Ripeto: un baratto distribuisce vantaggi ad entrambi i barattieri. Qui, invece, il lettore assiste a regali unilaterali a favore dell’affarista Berlusconi, ora “sceso in campo” personalmente con un proprio partito.

 


Sono gli anni che vanno dal 1984 ad oggi. E’ in questo arco cronologico che De Lucia ripercorre alcune opzioni politiche tutte favorevoli all’imprenditore e politico Berlusconi, tutte compiute dal centrosinistra (di cui Veltroni è soggetto di primo piano, come vicepresidente del governo Prodi I prima, come segretario DS poi).

 


Il catalogo è questo.


1) Il voto nella Giunta per le elezioni della Camera dei deputati nel 1994 (a maggioranza centrodestra) e nel 1996 (a maggioranza centrosinistra) sui ricorsi contro l’eleggibilità di Silvio Berlusconi per incompatibilità con il mandato parlamentare (in quanto soggetto beneficiario di concessioni pubbliche in materia televisiva). In entrambe le occasioni i parlamentari del PDS-DS votano contro la fondatezza dei ricorsi, garantendo così il seggio al leader di Forza Italia.


2) La campagna referendaria della primavera 1995 avente ad oggetto alcuni quesiti abrogativi di norme della legge Mammì, promossa da settori non parlamentari della sinistra. Campagna referendaria cui il PDS finirà per aderire, ma con scarsa convinzione (fino all’ultimo cercherà di evitare il voto popolare tentando un accordo parlamentare su una nuova legge) e con scarsa mobilitazione (alle urne si recherà solo il 55% degli elettori; i no vinceranno con lo scarto abissale di 3.737.000 voti).


3) L’approvazione, nel 1997, della legge Maccanico di riforma del sistema televisivo.
Osserva De Lucia:

 

«La normativa è l’approdo di dieci mesi di trattative politiche fra il governo Prodi-Veltroni e il titolare del partito-azienda nonché capo dell’opposizione parlamentare. La “riforma” è un nuovo baratto, un altro pasticcio partitocratico confezionato per aggirare le misure antitrust, una operazione di pura cosmesi: istituisce una Authority per le telecomunicazioni (lottizzata fra i partiti, compreso quello berlusconiano), e stabilisce che Mediaset trasferisca dall’etere al satellite una delle sue tre reti (Rete4), ma ciò avverrà solo quando le stessa Authority accerterà che in Italia la diffusione di antenne paraboliche sia congrua…E’ una nuova sceneggiata, una riforma che non riforma niente: infatti l’opposizione di centro-destra, raccolta intorno a Berlusconi, in sede di voto parlamentare accorda alla legge Maccanico una docile astensione» [p.
201]

 

Il giudizio non suoni eccessivamente severo: ricordo che la legge Maccanico sarà dichiarata incostituzionale dalla Corte con sentenza n. 466/2002.


4) La mancata approvazione, nelle due legislature a maggioranza di centrosinistra (1996-2001; 2006-2008), di una adeguata normativa antitrust e sul conflitto di interessi, tali da permettere un necessario aggiornamento delle regole sulla ineleggibilità e incompatibilità parlamentari.

 


Il lettore vorrebbe capire il senso (se ha un senso) di una simile strategia. E cerca nelle pagine del libro di De Lucia la risposta adeguata, ma non la trova. Al di là del generico richiamo alla politica della carota e del bastone, come costante nelle strategie della sinistra ex-comunista verso Berlusconi, il libro non si spinge.
Né soddisfa la chiosa finale secondo la quale

 

«al leader del Partito democratico l’assetto televisivo italiano in fondo pare andar bene così com’è, del resto proprio Veltroni è stato uno egli architetti del duopolio Rai-Mediaset, riunito ormai in un vero e proprio monopolio (“Raiset”)» [p.
208]

 

Il volume di De Lucia si chiude, così, con la ricostruzione di un gigantesco baratto che resta inesplicato. E che molto di più assomiglia ad una resa senza condizioni del centrosinistra veltroniano al leader del principale partito della coalizione a lui avversa.

 

 


6.
L’affarista di potere e il funzionario comunista

 

Una volta letto il libro, ci si accorge che ad entrambi i suoi protagonisti De Lucia non fa sconto alcuno.

 


Di Silvio Berlusconi – fin dal primo capitolo, il più biografico – non si omette nulla. La ricchezza iniziale dall’origine controversa, utilizzata in spericolati investimenti immobiliari (Milano2, Olbia2). La minuscola Banca Rasini (dove lavora come funzionario il padre, Berlusconi senior) indicata come sportello del riciclaggio di denaro di Cosa Nostra nel nord Italia. L’iscrizione alla Loggia P2. Il liberismo a parole smentito dalla vocazione al trust, creato e difeso grazie all’inerzia legislativa. Le enormi risorse economiche accumulate attraverso il monopolio del settore pubblicitario (vero hardcore di Fininvest). L’indebitamento stimabile in circa 4.500 miliardi di lire che, unitamente all’avvio dell’inchiesta “Mani pulite”, lo induce a scendere in politica. La capacità di ottenere sempre al momento giusto interventi legislativi ad hoc, dapprima per interposti partiti, ora direttamente in proprio.

 


Impressiona la perfetta simmetria tra le parole, le opere (e le omissioni) dell’imprenditore e del politico Berlusconi. La Weltanschauung è sempre la stessa. Il gradimento degli spettatori, come il voto degli elettori, legittima agli occhi del nostro l’aggiramento o la violazione delle regole («è meglio avere una legge sulla televisione, o è meglio avere la televisione?» domanda sornione Berlusconi). I pretori che “oscurano” le reti Fininvest, come i giudici che pretendono di processare il Presidente del Consiglio, indicati come faziosi Torquemada di cui il nostro è ovviamente una vittima, perseguitato come imprenditore prima, come politico poi. Le procedure parlamentari piegate alla bisogna (con la complicità dei Presidenti d’Aula); il Governo amico che ricorre alla decretazione d’urgenza ed al voto di fiducia; l’aggiramento delle sentenze della Corte costituzionale: accade nel 1984-1985 (con i tre decreti in materia radiotelevisiva) non diversamente dal luglio 2008 (con il decreto legge che introduce il cd. lodo Alfano). La situazione di fatto che diventa prassi e di cui la regola normativa deve limitarsi a prendere atto: vale per il monopolio di tre reti televisive private, come anche per l’enorme conflitto di interessi dell’attuale Presidente del Consiglio.

 


Berlusconi è Berlusconi. E’ sempre stato così, suggerisce correttamente De Lucia. Anche nel 1994 (aggiungo io, perché nel libro non viene ricordato), quando i Radicali gli fecero un’apertura di credito politico, ora fortunatamente ritirata.

 


Quanto a Veltroni, invece, De Lucia insiste molto – per amore di verità – sulla sua biografia di funzionario comunista.
Ad esempio, ricordandone l’intervista concessa all’Europeo nel 1989:

 

«Alla domanda se si consideri ancora comunista, il futuro segretario del Partito democratico risponde gonfiando il petto: “Certo. Io sono comunista. Non ho nessuna abiura o nessuna abdicazione da fare rispetto alla storia di cui anch’io, nel mio piccolo, sono espressione. Non c’è alcun elemento di trasformismo, insomma, e nessun imbarazzo a essere quello che sono”» [p.
148]

 

Non lo fa solo come contrappunto alle opposte recenti “prese di distanza” autobiografiche di Veltroni. Gli serve, semmai, per poter assumere la categoria della cd. doppiezza togliattiana come chiave interpretativa delle strategie politiche veltroniane. Doppiezza togliattiana: si tratta di una categoria molto impegnativa e a suo modo ricca di storia, che non saprei adoperare con proprietà. Mi limito semplicemente a segnalare che, nella sua versione originaria, la doppiezza togliattiana ottenne (dal punto di vista dell’allora Segretario del PCI, s’intende) risultati anche epocali. Nella più recente declinazione veltroniana, invece, approda a sconfitte pesanti nel settore radiotelevisivo (e non solo).

 


7.
Un libro obiettivo?

 

Questo, in conclusione, è Il baratto. E’ un libro documentato? Certamente sì. E’ un libro che merita la lettura? Certamente sì.
E’ un libro obiettivo?

 

La scelta di metodo fatta da De Lucia intende accreditarlo come tale: ricerca analitica delle fonti, tendenziale separazione del fatto narrato dal commento, riscontro scrupoloso del documento che avvalora gli snodi decisivi della ricostruzione proposta.

 


La premessa sottintesa è che la descrizione di un evento ha una sua verità, diversamente dalla valutazione dell’evento, inevitabilmente soggettiva. L’assunto di partenza è che i fatti parlino da soli. La regola di fondo è che la descrizione della realtà coglie il vero ed offre al lettore il dato da valutare in autonomia. Secondo questa impostazione, la mediazione dell’Autore interviene solo in seconda battuta, come proposta interpretativa persuasiva proprio perché avvalorata dai dati raccolti.

 


Si tratta di un atteggiamento epistemologico di nobile tradizione. Lo si ritrova nel cinema (il neorealismo), nella letteratura (il verismo), nella filosofia (il positivismo), nel giornalismo (la tradizione anglosassone del fatto separato dal commento; l’esperienza – non a caso – di Radio Radicale).

 


Tanto di cappello. Eppure inviterei i lettori comunque al disincanto: perché anche il fatto non è mai un dato oggettivo, ma è sempre un accadimento problematico, suscettibile per questo di differenti interpretazioni.
Ce lo ricorda, in una delle sue indagini, il commissario Montalbano:

 

«Se uno, passando per una strada, vede un omo caduto sul marciapiede, istintivamente è portato a domandarsi: per quale motivo quest’uomo è caduto qui? Ma, sostiene Pessoa, questo è già un errore di ragionamento e quindi una possibilità di errore di fatto. Quello che passava non ha visto l’uomo cadere lì, l’ha visto già caduto. Non è un fatto che l’omo sia caduto in quel punto. Quello che è un fatto è che egli si trova lì per terra. Può darsi che sia caduto in un altro posto e l’abbiano trasportato sul marciapiede. Può essere tante altre cose, sostiene Pessoa. (…) Poi gli tornò a mente un altro esempio che confortava il primo. Sostiene Pessoa (…) che se un signore, mentre fuori piove e lui se ne sta in salotto, vede entrare nella camera un visitatore bagnato, inevitabilmente è portato a pensare che il visitatore sia con gli abiti zuppi d’acqua perché è stato sotto la pioggia. Ma questo pensiero non può essere considerato un fatto, dato che il signore non ha visto con i suoi occhi il visitatore in strada sotto la pioggia. Può darsi invece che gli abbiano rovesciato un catino pieno d’acqua dentro casa» [A. Camilleri, Sostiene Pessoa, in Id., Gli arancini di Montalbano, Mondadori, Milano 1999, p. 71-72].

 

 

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NOTE

 

* Il testo riproduce l’intervento orale svolto alla presentazione dell’omonimo libro tenutasi a Ferrara (Biblioteca Ariostea, Sala Agnelli) il 17 settembre 2008, con la partecipazione di Michele De Lucia (Tesoriere di Radicali Italiani), Gian Pietro Testa (Giornalista), Mario Zamorani (Segretario dell’Associazione Radicali Ferrara).
 

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