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contributo inviato da pdgiovaneeuropa il 8 ottobre 2008
Riceviamo e pubblichiamo un contributo di Peppe Provenzano, pubblicato su l'Unità di Sabato scorso.


Non fate fare a un ragazzo il lavoro di un uomo, dicevano i conservatori inglesi per combattere l’ascesa del giovane Tony Blair. Non fate come i “vecchi” il vostro lavoro, Giovani democratici. Poteva senz’altro nascere diversamente un’organizzazione giovanile. Cominciando col capire se fossero proprio necessarie le “primarie” per scegliere persone e organismi, senza la possibilità e il tempo di un vero confronto sulle cose da fare, da dire. Anche in questo caso, si è ceduto ad un imperativo discutibile, frutto di un grosso equivoco che ha caratterizzato i primi mesi della costruzione del Pd: la convinzione assai insidiosa che l’esercizio della democrazia si esaurisca nel voto. E allora al voto! Primarie e primariette, liste e candidati, per tutti gli organi e tutti gli organismi. Mentre il momento della “pubblica argomentazione razionale” è rimandato sempre a dopo: come se non fosse anche questo, la democrazia. Attenzione, le primarie sono uno strumento cruciale, e perciò da usare con cura, senza mai abusarne.
Il timore più grande è che l’abbaglio di una competizione elettorale, speriamo più ampia possibile, abbia distratto dal tema vero che andava affrontato con l’occasione: il posto delle giovani generazioni nella vita pubblica italiana, e nella politica. I giovani dovrebbero stare nei luoghi del conflitto, della crisi, dove covano gli esiti della società di domani, quella che sono chiamati a costruire. E di luoghi del conflitto sociale, nell’Italia del 2008, di certo non ne mancano. Ad esempio, i giovani democratici avrebbero dovuto riversarsi nelle strade di Castel Volturno, stringersi ai loro coetanei ghanesi, nigeriani, senegalesi, prima della rivolta, dare voce al loro dolore, che è il dolore di ognuno di noi per una strage di innocenti. Avrebbero dovuto affiancare il loro coetaneo, Roberto Saviano, e tirarlo fuori dalla solitudine pericolosa della denuncia quotidiana disperante e della sovraesposizione mediatica. In quegli stessi giorni, quaranta Gd si sprecavano nelle stanze di un Tavolo promotore nazionale a dividere l’Italia in circoscrizioni elettorali: non passano da lì le emergenze democratiche del nostro paese sbilenco e imbarbarito. Certo, la rappresentazione giornalistica della vicenda, quasi sempre paga del chiacchiericcio da salotto o corridoio romano, non ha dato conto dei tanti ragazzi che si impegnano con generosità nelle varie realtà d’Italia: loro dovevano essere i veri protagonisti di questa sfida e non hanno avuto voce. Non sono molti e non sono neanche pochi, in ogni caso sono preziosi.
Il problema è che nella nascita dei Giovani democratici troppe questioni sono rimaste inevase. Anzitutto quella della propria ragione d’essere: il perché sia necessaria un’organizzazione giovanile e quale rapporto essa deve costruire con il Partito. Hanno fatto bene i candidati a rivendicare l’autonomia. Ma il rischio di chiudersi (o di essere relegati) nella riserva indiana del giovanilismo,  di giocare a fare i dirigenti senza la possibilità di esercitare una reale funzione politica, è sempre dietro l’angolo. Ed è questo che favorisce l’ingerenza degli “adulti”. Sarebbe stato opportuno chiarire pochi grandi temi sui quali chiedere l’adesione e favorire la partecipazione dei giovani italiani, e organizzare una grande battaglia politica e culturale. Sono i temi delle cronache di ogni giorno: la scuola che invece di essere una priorità è il bersaglio di un ridimensionamento della sua funzione sociale; la convivenza impossibile tra le etnie e tra la povera gente; la “mala” occupazione e le difese corporative, le voci che dal nord sviluppato invocano il separatismo e la deriva di un sud che sprofonda nel silenzio del sommerso. È l’Italia del degrado dello spazio pubblico, che oscilla tra la tolleranza di un’illegalità diffusa e l’emersione di fenomeni di autoritarismo brutale. È la stessa Italia di un vicesindaco della Lega Nord e Senatrice della Repubblica che, a Lampedusa, al fianco di un bel monumento di Mimmo Paladino (sapientemente ignorato dall’amministrazione) dedicato alla strage di migranti sul Canale di Sicilia e figurante la Porta di un’Europa d’accoglienza, ha posto un’inquietante finestra d’alluminio per riprodurre in rebus funereo il popolare adagio secondo cui chi entra dalla porta va buttato fuori dalla finestra. È l’Italia del malanimo, dell’eterno fascismo che sempre ritorna e si attrezza con simboli nuovi e miserabili, e con la violenza di parole che invece non sono cambiate: sono quelle di ottanta anni fa.
A questa Italia i Giovani democratici devono ancora far sentire la propria voce. Ahinoi, non sono pochi gli anni che ci vedranno all’opposizione, e occorre darsi un respiro lungo. È sovrastante la portata dei problemi con cui dovranno misurarsi le giovani generazioni di democratici che aspirano a guidare le trasformazioni della società italiana. Ma non c’è molto tempo da perdere; ci vorrà coraggio, e non è detto che basti. É un lavoro di prospettiva, e si intreccia con l’esigenza del ricambio della classe dirigente. Perché rischia di essere fuorviante, come spesso accade, porre la questione del ricambio, senza prima affrontare quella dei luoghi e delle esperienze in cui si forma il nuovo personale politico. La Scuola di Cortona è stata sicuramente una di queste esperienze, da ripetere e diffondere nelle realtà più periferiche. E fa fede l’entusiasmo condiviso da centinaia di ragazzi: merce rara nell’Italia di oggi.
Il rinnovamento deve avvenire nella comprensione delle priorità politiche di una comunità e nella capacità di farne azione collettiva; dev’essere nei metodi e persino nei modi, nei costumi, nella civiltà dell’agire politico. Altrimenti, si rischia di confondere il rinnovamento con il mero ringiovanimento. Ma, allo stesso tempo, occorre smetterla di considerarsi giovani e immaturi per la complessità delle sfide della politica. Bisogna combattere la sindrome di Peter Pan, specialmente se precoce. O almeno provarci. In un momento in cui il Pd, al di là della manifestazione del 25, non è in grado nei territori di mettere in campo grandi iniziative politiche, e i quarantenni si considerano risorse di domani, un giovane sui venticinque anni (o ventotto, trenta...) potrebbe anche assumersi una responsabilità maggiore, riversare direttamente nel partito le proprie energie e convinzioni, la propria capacità di tessere un dialogo con la società e di costruire un rapporto di fiducia coi cittadini. Alcuni lo hanno fatto: i giovani amministratori, assessori, consiglieri provinciali, comunali, di circoscrizione. Non sono molti, ma sono preziosi; e troppo spesso lasciati in balia di se stessi e delle difficili realtà in cui si trovano ad esercitare la loro funzione pubblica.
Nei luoghi dove il Pd ha perso un legame profondo con la società, e dove “l’urgenza delle cose” richiede un impegno immediato, un’organizzazione giovanile non è la sola via. O ragazzi dalle guance di pesca, qualche volta a vent’anni si può dire “siam pronti”.
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