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contributo inviato da NellaTempesta il 20 settembre 2008

Esattamente tre mesi fa lo scrittore Roberto Saviano ci lasciava, affidando all’Italia la sua preziosa e onerosissima eredità. Lo scrittore di Gomorra, ricordiamo, fu folgorato da tre proiettili sparati a bruciapelo, all’interno di un bar della periferia casertana dove, vuoi per nostalgia o per mera fatalità, si era recato a bere una birra accompagnato da un solo membro della scorta. Anche quest’ultimo fu vittima della brutale esecuzione.

 

Unanime fu il cordoglio del mondo politico, sociale e culturale. Nonostante la mancata concessione dei funerali di Stato, chiesti a gran voce da alcuni esponenti dell’opposizione, tutti i principali leader politici presenziarono alla cerimonia funebre, a fianco di migliaia di comuni cittadini

 

Tre giorni dopo, gli inquirenti fermarono D.A. e L.P., considerati gli esecutori del feroce assassinio. I mandanti restano tuttora ignoti. Si è naturalmente parlato del clan dei casalesi, ma la pista non è sicura. Pensare a chi altri possa essere stato a ordinare di premere il grilletto, genera una scomoda inquietudine.

 

Il Comitato “Vattene Camorra”, fondato in piazza durante la manifestazione di massa seguita al delitto, conta ormai migliaia di persone, e i “consultori speciali” aperti nelle aree a rischio vedono passare più gente di quanta si sperasse. Restano sempre gli atteggiamenti beffardi e gli sguardi omertosi di alcuni, ma per sconfiggere questi, nessuno si fa illusioni, occorreranno decine di anni.

 

Gomorra è stato proposto nelle scuole primarie come lettura. L’omonimo film è tornato nelle sale, e vi è restato quasi fino ad oggi. Il sindaco di F. riuscì addirittura a farlo vietare agli under 14 perché considerato “troppo violento”, a beneficio delle sparatorie di plastica di pellicole americane e giapponesi.

 

Tutti parlano di lotta alla Camorra, ora. Probabilmente anche i camorristi.

 

Eppure Saviano è morto. Ed è morto solo. Girava sotto scorta, giorno e notte. Voleva comprare casa a Napoli, la sua Napoli, ma chi gliela doveva affittare rifiutava l’accordo all’ultimo momento, non appena sapeva chi era. Il suo libro era già letto e conosciuto, eppure pizzi e “pizzini” circolavano e circolano di mano in mano, come sempre. E l’opinione pubblica, pur trattando lo scrittore con la delicatezza di una bestia preziosa, sorridendo compassionevole volgeva lentamente lo sguardo altrove, attratta da altre notizie e altri colori.

 

Il colore con cui tutto è finito è stato il rosso, quello del sangue di Roberto Saviano versato sul pavimento di un bar di periferia.

 

Era davvero necessario il suo omicidio per sollevare un dibattito di queste dimensioni nell’opinione pubblica? Se lo sono chiesti tutti, e molti se ne sono lavati le mani. “Se il comitato fosse nato prima…”, “Se la scorta non avesse allentato la sorveglianza…”, “Se il politico tal dei tali non avesse minimizzato le affermazioni di Saviano…” Sono solo parole, ormai relegate al passato.

 

Questa rinnovata attenzione mediatica e popolare non si chiuderà più nel rosso, almeno per un po’. La strategia è questa. Corre però il rischio di chiudersi ancora una volta nel grigio. Il grigio dell’opacità, dell’omertà, dell’indifferenza e del “va bene così”. Molti sperano che accada così. E’ di questo, che oggi abbiamo paura.

 

 

Quest’articolo è finzione. Non vorrebbe mai divenire realtà.

TAG:  ROBERTO  SAVIANO  CAMORRA  GOMORRA  OMICIDIO  NAPOLI  COMITATO  ESECUZIONE  CASALESI 

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