.
contributo inviato da Andrea Sfondrini il 13 settembre 2008

DOCUMENTO PRESENTATO ALL'ASSEMBLEA REGIONALE PD DELLA LOMBARDIA
6 settembre 2008

Cari amici, viviamo una stagione convulsa, piena di incognite, in cui anche il termine stesso Democrazia sembra aver disperso con l’andar del tempo, la propria forza evocatrice, per questo sentiamo il bisogno, come democratici e come cattolici impegnati in politica di dare un contributo alla discussione in essere, e se del caso anche a provocarla. Sentiamo il bisogno di far ciò perché la politica muore se mancano le idee e le speranze che essa sa generare ed a tale scopo serve un modello di partito che sia realmente aperto alle istanze più innovative della società ed all’ascolto delle differenti soggettività da cui essa è formata; “non c’è democrazia, non c’è vita politica, se le forze politiche non sanno farsi interpreti delle attese, delle speranze e delle angosce dei cittadini[1]. Per far ciò un vero partito democratico deve trovare prima di tutto in se stesso la forza di farsi interprete autentico delle istanze di rinnovamento; e ciò perché “un partito che non si rinnovi con le cose che cambiano, che non sappia collocare ed amalgamare nella sua esperienza il nuovo che si annuncia (…) viene tagliato fuori dal ritmo veloce delle cose che non ha saputo capire ed alla quali non ha saputo rispondere[2].

Oggigiorno, in un epoca in cui la città dell’uomo non accetta più di essere definita nei suoi confini e nella sua identità dal fattore religioso o da quello ideologico, e forse neanche da quello geografico, a tutti noi è fatto obbligo di offrire un convinto contributo alla edificazione di una società più giusta, ma secondo modalità nuove ed inesplorate.

Con tutta evidenza negli ultimi anni sembra che la politica italiana abbia smarrito la bussola del proprio agire anche per via di una graduale riduzione delle occasioni di confronto e di un progressivo impoverimento culturale dei luoghi deputati a favorirle. I partiti stessi sembrano ingessati e vuoti, e per questo più fragili, impantanati in un sistema fondato sulla inevitabile dittatura delle loro maggioranze interne, oramai poco avvezze al gioco democratico e disabituate a sottoporsi al voto reale delle rispettive basi di militanti. La triste realtà è che, saltati gli antichi equilibri, non sembrano essersene creati di nuovi; se in passato si è pagato lo scotto di un passaggio troppo brusco dal tempo del troppo della politica, a quello del nulla di una politica che pare aver smesso di pensare e di guidare l’evoluzione sociale mantenendo solo la capacità di stimolare la pura ricerca del potere. In particolare il progetto di un partito nuovo deve rispettare a pieno le differenti identità culturali, altrimenti se ci si lascia incantare dalla moda del nuovismo ad ogni costo si rischierebbe di muoversi più sul crinale della convenienza immediata, oserei dire quasi della asettica pragmaticità, che sul piano della strategia di lungo respiro. Ciò renderebbe il partito per questo incapace di garantire con certezza uno spazio destinato ad un pieno e legittimo esercizio della libertà di coscienza in modo particolare rispetto ai temi di evidenza etica. Per questo dobbiamo cercare di darci un metodo che sia democratico. Con tutta evidenza l’Ulivo, che ha rappresentato un contributo fondamentale all’ innovazione del sistema politico italiano a cavallo di due epoche, matura nel PD non come stadio dell’evoluzione dell’esperienza socialista ma si propone come innovativa formula di sintesi tra essa ed altre culture politiche, in primis quella cattolico-democratica. Ed il PD non può permettersi di tornare indietro rispetto a questa prospettiva, ma deve esserne il definitivo compimento, se non vuole assumere i contorni di una pallida imitazione del passato che è già stato. Il vero fronte su cui si giocherà la scommessa di poter dare sostanza e compiuta definizione ad una Quarta Fase della politica italiana, sarà quello della individuazione delle modalità e delle forme con cui raggiungere tale obiettivo. In coerenza con tale processo, noi non condividiamo la riproposizione di un’idea di stato ottocentesco, ridotto a semplice “idiota istituzionale[3], che si limiti ad esercitare la sola tutela dell’ordine e della giustizia[4], per questo il PD deve impegnarsi anche a Milano, ed in Lombardia, ad offrire qualcosa di veramente diverso, deve puntare sul dialogo reale con i cittadini e con i corpi intermedi, deve immaginare come offrire un modello di società più giusta, deve progettare la Città Metropolitana del futuro, senza limitarsi a farne un argomento da campagna elettorale, deve trovare le ricette adeguate ad affrontare le scommesse che dovremo affrontare, deve parlare seriamente di sicurezza e federalismo, di scuola e di disagio sociale, di immigrazione e di anziani, di casa e di servizi sociali, senza lasciare soli i rappresentanti nelle istituzioni dinanzi a queste battaglie difficili, ma come partito progettando un nuovo modello organico di sviluppo da offrire a cittadini sempre più rassegnati e soli dinanzi ad istituzioni indifferenti. Ora dobbiamo costruirlo quel futuro.

Per favorire una tale auspicata inversione di marcia, occorre, però, tornare a stimolare culturalmente la discussione sui nuovi orizzonti che ci attendono. Perché le sorti della nostra società non brucino nel fuoco delle controversie umane o, peggio, non sprofondino nelle sabbie di un rassegnato egoismo occorre riscoprire le virtù di una missione civile capace di guadagnare l’approdo ad una democrazia matura dopo la lunga navigazione dentro la democrazia difficile. Per questo serve coraggio e fiducia.

Aldo Moro ha scritto a tal proposito bellissime parole: “probabilmente, malgrado tutto, l’evoluzione storica, di cui noi saremo determinatori, non soddisferà le nostre ideali esigenze; la splendida promessa, che sembra contenuta nell’intrinseca forza e bellezza di quegli ideali non sarà mantenuta. Ciò vuol dire che gli uomini dovranno pur sempre restare di fronte al diritto e allo Stato in posizione di più o meno acuto pessimismo. E il loro dolore non sarà mai pienamente confortato. Ma questa insoddisfazione, ma questo dolore sono la stessa dell’uomo di fronte alla sua vita, troppo spesso più angusta e meschina di quanto la sua ideale bellezza sembrerebbe fare legittimamente sperare. Il dolore dell’uomo che trova di continuo ogni cosa più piccola di quanto vorrebbe…Forse il destino dell’uomo non è di realizzare pienamente la giustizia ma di avere perpetuamente della giustizia fame e sete. Ma è sempre un grande destino[5].

Noi crediamo nella democrazia e nell’uomo per questo crediamo nel Partito Democratico.



[1] V. Bachelet, Ritrovare una profonda ispirazione, in Coscienza, n. 2/1976, p. 28

[2] Aldo Moro, dall’intervento alla Camera dei Deputati in occasione del voto di fiducia al governo, Roma, 9 marzo 1962.

[3] Cfr., C. Crouch, Postdemocrazia, Laterza, Bari, 2003, in particolare p. 90 ss.

[4] In altri tempi si sarebbe utilizzato la classica formula della spada e della toga.

[5] A. Moro, Lo Stato, CEDAM, Padova, 1943, p. 27

TAG:  PD  QUARTAFASE  CATTOLICI DEMOCRATICI  LETTERA APERTA PER UN PARTITO DEMOCRATICO 

diffondi 

commenti a questo articolo 0
informazioni sull'autore
Andrea Sfondrini
Abbiategrasso
ISCRITTO A PDNETWORK DAL
15 febbraio 2008
attivita' nel PDnetwork