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contributo inviato da homoeuropeus il 29 agosto 2008
Poiche’ la settimana prossima andro’ alla Festa Democratica di Firenze (l’indegna erede della gloriosa Festa Nazionale dell’Unita’), ho dato un’occhiata ai dibattiti per vedere che cosa offrivano. Mi sono cosi’ reso conto che il programma delle iniziative politiche della festa e’ un po’ come il palco del Congresso del Partito Comunista Cinese: a seconda di dove uno e’ collocato si capisce che peso effettivo ha all’interno del partito e, con uno sguardo generale, ci si rende subito conto di come il partito e’ strutturato. A Firenze, infatti, ci sono tre diversi format di iniziative: le interviste (in cui il politico sul palco risponde alle domande di un giornalista), i confronti intitolati collettivamente “Quale Italia?” (in cui un esponente del PD discute con un esponente di un’altra forza politica) e i dibattiti a piu’ voci intitolati “L’Italia dei cittadini” (in cui uno o piu’ esponenti del PD dialogano tra loro o con esponenti di altre forze politiche, dei sindacati, di movimenti e associazioni). Ora, indipendentemente dal ruolo formale all’interno del partito, dall’incarico ufficiale nel governo ombra o nel gruppo parlamentare, il peso reale dei singoli esponenti del PD viene misurato dalla loro partecipazione alle iniziative. Proprio come nel Partico Comunista Cinese, ci sono pochissimi e selezionatissimi dirigenti di primo livello (quelli a cui, assieme al segretario Veltroni, viene concesso il privilegio dell’intervista da soli), poi ci sono un manipolo di figure di secondo livello, cui viene riservato il posto nei confronti a due, e infine una piccola schiera di dirigenti di terzo livello, destinati ai dibattiti a piu’ voci (e questi sono a loro volta suddivisi tra coloro cui viene concessa la sala dibattitio grande e quelli che invece vengono relegati nella piu’ piccola sala del teatro, solitamente usata per iniziative collaterali). Si tratta di una chiarissima iconografia del potere interno, altrimenti non si capirebbe perche’ Rosy Bindi (ormai parcheggiata alla Vicepresidenza della Camera) discuta con Di Pietro sul palco grande, mentre il ministro ombra Lanfranco Tenaglia venga relegato in un molto meno impegnativo confronto con Luciano Violante nella sala piccola. O ancora perche’ Giuliano Amato (ormai purtroppo privo di qualsiasi incarico formale) si veda attribuito il privilegio di una sfida faccia a faccia (con Gianfranco Fini: e la cosa si preannuncia davvero gustosa!) che a molti altri (compresi ministri ombra) viene invece negato. La ragione e’ che, attraverso le iniziative pubbliche alla Festa Nazionale si disegna una mappa reale del potere interno al partito: e cosi’ si scopre che il dalemiano Nicola Latorre (formalmente un semplice Vicepresidente del gruppo al Senato) pesa di piu’ del suo collega Luigi Zanda, che sarebbe anche Vicepresidente vicario e che alla festa non e’ neppure stato invitato, o che il veltroniano Vincenzo Cerami, ministro ombra per la cultura, conta di piu’ della giovane Roberta Pinotti, ministro ombra della difesa. Il programma della Festa ci dice chiaramente che Sergio Chiamparino e’ in crescita, mentre Antonio Bassolino e’ in calo (ma forse non ce n’era bisogno), ma anche, in modo altrettanto inequivocabile che Enrico Letta e’ in calo, mentre Marco Minniti e’ in crescita (cosa meno evidente della precedente ma corroborata anche da altri segnali). La lettura del programma della festa e’ stato un esercizio utile e interessante: nonostante a parole tutti parlino di promuovere una nuova classe dirigente, radicata nel territorio, piu’ giovane, esterna alle logiche del passato, poi la gestione interna del potere rimane sempre nelle stesse mani, con una spartizione degna del manuale Cencelli di democristiana memoria. Ne sono un esempio lampante i sette esponenti del Partito Democratico che affronteranno il palco da soli. Essi sono, in rigoroso ordine di apparizione: Franco Marini, Dario Franceschini, Massimo D’Alema, Arturo Parisi (forse volevano Romano Prodi, ma si devono accontentare…), Francesco Rutelli e Leonardo Domenici. Le proporzioni vengono rispettate: tre ex DS, tre ex margherita, un prodiano. (Nessuna donna, detto per inciso). Non c’e’ posto tra i big per Anna Finocchiaro o Antonello Soro (i capigruppo vengono collocati in seconda fila) ne’ per Matteo Colaninno o Giovanna Melandri (i ministri ombra relegati in terza fila), ne’ per Marianna Madia (che andava bene come capolista in Lazio ma che alla Festa non viene neppure invitata!). Vanno tutti bene quando si tratta di mandare segnali di apertura, quando bisogna parlare di cambiamento, ma non quando si tratta di fare davvero un passo indietro, quando il rinnovamento si puo’ farlo davvero. E’ un vero peccato, perche’ in un partito anche la scenografia e’ importante: ce lo insegna la Convention Democratica di Denver. Ma ce lo insegna anche il Congresso del Partito Comunista Cinese. ----- Puoi leggere l'originale di questo post e relativi commenti sul blog di homoeuropeus
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commenti a questo articolo 0
commento di ilro inviato il 29 agosto 2008
la riflessione continua.....
commento di Anzalone.Michele inviato il 29 agosto 2008
bell'articolo!
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28 agosto 2008
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