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contributo inviato da djazz il 7 maggio 2008
 

Radicali, forza di utopia, forza riformatrice


di Sergio Stanzani

Quello che segue è il testo predisposto da Sergio Stanzani per l’assemblea di Chianciano del 2-4 maggio scorso.

 

C’è stato lo tsunami e c’è stato il diluvio. Ma quali ne sono state le cause? Certo pretendere che l’unico responsabile di questo disastro sia stato Prodi e il suo governo è ridicolo. La vera causa è nella insofferenza nel senso di rivolta, che si è diffuso nel paese contro i protagonisti della politica. Di questa insofferenza e di questa rivolta Beppe Grillo è soltanto un sintomo. Purtroppo, in assenza di capacità di riforma da parte della politica.

 

La rivolta contro la partitocrazia non produce alternative democratiche ma fenomeni destinati a riprodurne il modello. E’ accaduto con tangentopoli, quando le vittime di quella rivolta furono la DC, il partito socialista e i partiti laici, quando gli eredi del PCI si proposero come alternativa, ma finirono per riproporre, ancora più frammentato, lo stesso tipo di gestione partitocratica. E cosi è accaduto ora, quando si è preteso di attuare, non per via legislativa e costituzionale, ma attraverso un colpo di mano politico, una drastica semplificazione dello schieramento politico.

 

Non meraviglia che, come allora i primi a pagarne lo scotto furono i partiti laici e il PSI, cioè i partiti che accanto a una piccola base clientelare avevano un prevalente elettorato d’opinione, così non meraviglia che oggi – sia pure per motivi diversi - i primi a pagarne lo stesso prezzo siano state le liste della sinistra comunista e i verdi.

Quando la politica diventa casta lottizzatrice sono le forze politiche meno radicate nel potere partitocratico ad essere spazzate via. E se ieri era stato il PDS di Occhetto a illudersi di essere l’erede della partitocrazia, in forza delle sue scelte giustizialiste, oggi il berlusconismo e la lega - allora non ancora stabilmente insediati nella politica - hanno potuto monetizzare il loro populismo e presentarsi come estranei alla cosiddetta casta e ai meccanismi della partitocrazia.

 

Uno strano destino quello che capita a noi radicali, a noi che siamo avversari intransigenti delle degenerazioni partitocratiche della democrazia, dei meccanismi e dei riflessi di regime che caratterizzano il funzionamento delle nostre istituzioni, della diffusa illegalità che pervade in ogni campo ormai la vita della società e dello Stato.

 

Inutilmente richiamammo negli anni ’80 il PSI e i partiti laici e la stessa Democrazia Cristiana alla necessità e al dovere di cambiare radicalemnte strada, di procedere a una profonda riforma delle istituzioni democratiche. Fu allora che proponemmo, con l’adesione della maggioranza dei parlamentari laici e di molti parlamentari democristiani, la Lega per la Riforma Uninominale del sistema elettorale. Inutilmente, alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90 tentammo di convincere il PCI nel momento della sua trasformazione in Partito Democratico della Sinistra di diventare protagonista della riforma. Inutilmente lo stesso abbiamo tentato dialogando con Berlusconi e perfino con la Lega a metà degli anni ’90.

 

Sempre ci è stato risposto con sistematico tentativo di esclusione e di emarginazione e quando, con i referendum, avevamo avuto il consenso della grande maggioranza del popolo italiano, le forze della partitocrazia si sono immediatamente messe al lavoro per ridimensionare e svuotare quelle riforme. E’ avvenuto con il Mattarellum, che ha reintrodotto dalla finestra quel sistema proporzionale e partitocratico che il popolo italiano aveva cacciato dalla porta col referendum. E’ avvenuto per il finanziamento pubblico dei partiti, è avvenuto per i referendum di riforma della giustizia, per quelli sulla responsabilità civile dei magistrati e sulla separazione delle carriere. E’ avvenuto anche per i  tentativi di riforma liberalizzatrice dell’economia e del lavoro.

 

Non è che siano mancati - accanto ai nostri - altri tentativi di riformare il sistema degli schieramenti politici. In fondo, anche il primo Ulivo di Prodi e poi il suo movimento dei Democratici del 1999, avevano questo compito innovatore di scuotere e sconvolgere gli equilibri partitocratici del centro sinistra. Perfino il Movimento dei Girotondi, sia pure in maniera distorta e inaccettabile, perché pretendeva di combattere le chiusure e le illegalità della casta partitocratica affidandosi anzitutto a un’altra casta, quella dei giudici, era tuttavia la manifestazione di questo stesso spirito di insofferenza e di rivolta.

La chiusura, l’autoreferenzialità, l’asfissia di questo sistema partitocratico ha prodotto di volta in volta l’antipolitica che si merita.

 

Il populismo di Berlusconi e il radicamento della Lega non costituiscono una alternativa, ma possono essere perfino una risposta ancora più disastrosa, come sembrano annunciare le recenti irresponsabili vicende dell’Alitalia.

 

Noi siamo riusciti a mantenere, anche a costo di gravi e diffuse incomprensioni, una presenza e un presidio parlamentare. Essi ci devono servire per metterci di nuovo in sintonia con i sentimenti profondi del Paese e a dare una risposta alle sue insofferenze, alla sue giustificate rivolte, ai suoi problemi, alla necessità di liberare le sue energie vitali e creative, che pure esistono, dai cappi e dai vincoli che le limitano e le opprimono.

 

Non possiamo farlo da soli ed è questa di Chianciano la prima occasione di un dialogo con tutti coloro che sono consapevoli della gravità della situazione.

 

Ci siamo rivolti e ci rivolgiamo innanzitutto al Partito Democratico, dal quale molte differenze continuano a dividerci, ma dal quale – oggi - nonostante tutto non ci sentiamo estranei. Ci rivolgiamo alle forze che per la situazione elettorale che si è determinata sono rimaste escluse dalle aule parlamentari ed hanno avuto un drastico e fino a qualche giorno fa impensabile ridimensionamento. Forze con le quali intendiamo riprendere un dialogo. Si tratti delle componenti di sinistra e democratiche dell’Arcobaleno o delle correnti verdi e ambientaliste, e a maggior ragione dei compagni socialisti responsabili della messa in crisi dell’esperienza della Rosa nel Pugno. Un dialogo che parta dalla riconsiderazione delle ragioni di questo travolgimento e di questa crisi, ragioni che vanno assai oltre il perimetro delle forze che ne hanno pagato con la loro sconfitta il prezzo elettorale.

 

Sappiamo parlare alla testa degli italiani, ma dobbiamo tornare a saper parlare ai loro sentimenti, alle loro pulsioni, alle loro viscere, come tante volte abbiamo saputo fare nel passato. E dobbiamo pretendere e riuscire ad ottenere di dare voce a questa insofferenza e a questa rivolta perché essa non si riduca a protesta impotente ma possa diventare una seria proposta di riforma democratica.

 

Ma abbiamo bisogno anche delle componenti liberali democratiche dello stesso Popolo della Libertà. Ed abbiamo bisogno dell’apporto delle energie intellettuali e dell’impegno politico e morale di tanta parte del mondo della cultura e dell’università.

 

Non credo che ci possano essere per nessuno di tutti noi delle scorciatoie. Sarebbero pericolose illusioni. Non ci può essere riforma democratica senza meccanismi di selezione democratica delle classi dirigenti, oggi selezionate con l’unico criterio della cooptazione oligarchica.

 

Dobbiamo dire NO al Porcellum di Calderoli ma anche al falso sistema maggioritario nato dalla commistione di proporzionalismo e premio di maggioranza. Nel programma del PD, nelle cui liste ci siamo presentati, c’era una doppia proposta che abbiamo accettato e condiviso e sulla quale intendiamo attestarci: quella delle primarie e dei collegi uninominali.

 

Noi siamo come è noto favorevoli all’uninominale secco, di tipo anglosassone. Il PD invece ha proposto e propone il sistema francese. Se ne può discutere, ma dobbiamo dire NO, con decisione, ad altri sistemi falsamente maggioritari, falsamente proporzionali che indipendentemente da ciò che hanno rappresentato in altri Paesi, in Italia finirebbero per perpetuare e riprodurre l’attuale sistema oligarchico e partitocratico.

 

Lo dico con molta franchezza, sia a coloro come i compagni socialisti che hanno pensato si potesse tornare indietro, al passato del proporzionale puro, sia a quei compagni della sinistra comunista e ambientalista che hanno pensato di attrezzarsi e di sopravvivere all’introduzione del cosiddetto sistema tedesco con l’unificazione nella Sinistra Arcobaleno.

 

Non esistono scorciatoie neanche sui grandi temi di riforma. La strada della liberalizzazione dell’economia e del lavoro non è in contrasto ma anzi è il presupposto necessario della riforma del welfare e dell’estensione degli ammortizzatori sociali all’intero mondo del lavoro.

 

La riforma della giustizia, la cui crisi è la vera causa dei problemi dell’insicurezza e della impotenza dello Stato di fronte alla diffusione della criminalità, non può prescindere dalla riconsiderazione dell’obbligatorietà dell’azione penale, a cui è ora arrivato nel suo programma anche il Partito Democratico, e dalla separazione delle carriere dei magistrati, dalla drastica modifica dei meccanismi della loro responsabilità civile e disciplinare. Non si risolvono i problemi della sicurezza senza la riforma del Codice Penale, l’introduzione accanto al carcere di misure alternative, la rapidità e tempestività dei processi, l’eliminazione dell’enorme arretrato giudiziario. Occorre avere il coraggio di dire con chiarezza che è la mancanza di queste riforme e non l’indulto che ha determinato l’impotenza dello Stato a far fronte ai problemi dell’ordine pubblico e della criminalità.

 

Occorre riprendere le ambizioni di una politica ambientalista che sappia contemporaneamente guardare ai gravi rischi dell’ecologia mondiale e mettere in campo misure coraggiose rivolte a frenare e a invertire il processo della sovrappopolazione e a costruire nel tempo alternative a forme di consumo energetico via via sempre più incompatibili per la vita e la salute del Pianeta. Ma bisogna al contempo avere le capacità nel breve periodo, di fronte ai tempi necessariamente lunghi dei mutamenti culturali e del sistema produttivo, di trovare soluzioni tempestive ed efficaci ad emergenze come quella dello smaltimento dei rifiuti.

 

Ripeto: non esistono scorciatoie. Dobbiamo essere forza di rivolta e forza di proposta. Forza di utopia e forza concretamente riformatrice, forza di alternativa e forza di governo.

Per me questa ormai è solo una speranza, per i più giovani, per voi, è invece una sfida.


 
da: NOTIZIE RADICALI

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