.
contributo inviato da leri il 9 aprile 2008
 

Caro Veltroni

 

In risposta alla sua lettera del 10/03/2008, nel dare un piccolo contributo in denaro per la campagna elettorale, le invio questa lettera che riceverà poco prima di quando, nonostante il suo apprezzabile e lodevole impegno, questo Paese sarà, con molta probabilità, nuovamente consegnato all’opera “modernizzatrice” – secondo la personalissima interpretazione del suo leader- del capo della coalizione di Destra.

All’opposizione, per fare che cosa? A mio parere, in un Paese moderno e civile, l’opposizione non si fa con le continue “spallate” per far cadere un governo spesso gracile e malfermo per un costituzionale difetto dell’impianto istituzionale ed elettorale (vedi Porcellum), ma in modo costruttivo, proponendo possibili miglioramenti alle scelte governative e legislative per il bene superiore del Paese (salus rei pubblicae extrema ratio), eventualmente anche con un governo-ombra.

Vedrei con molto favore, peraltro una grande coalizione (come in Germania) tra le forze politiche moderate che rappresentano circa l’80% del Paese, per riformare una buona volta il quadro politico istituzionale, elettorale, economico (fermo ormai da oltre un decennio) nonché sociale e ridare slancio al Paese, eventualmente istituendo una nuova commissione bicamerale, o anche una commissione cd. Attali ( di cui l’Italia avrebbe molto più bisogno della Francia).

E se lei dovesse vincere? Incredibile dictu! Il compito sarebbe talmente gravoso – considerato lo sconquasso in cui oggi viviamo- che non si saprebbe da dove cominciare.

E, in effetti, bisogna riconoscere che abbiamo fatto di tutto per toccare il fondo del baratro, tanto che giustamente siamo definiti dalla stampa estera come “un Paese triste e in declino”o “il malato e il fanalino di coda d’Europa” ecc..

Certo, è difficile riconoscersi in questa immagine, per noi che sul Palazzo della Civiltà a Roma Eur eravamo pomposamente descritti come “un popolo di scienziati, poeti, artisti, santi, navigatori, trasmigratori ecc.ecc.”.

Ma, tant’è, pare che siamo diventati soltanto un popolo di furbi, raccomandati e comunque dotati di una singolare virtù – esattamente opposta a quella del Re Mida, come è noto, capace di trasformare in oro tutto ciò che toccava- e cioè quella di cambiare le cose migliori nelle peggiori; infatti, con le speculazioni più assurde (e nella colpevole inerzia delle istituzioni) abbiamo fatto lievitare i prezzi a tal punto che salari, stipendi e pensioni hanno largamente perduto il loro potere d’acquisto!

Ergo: l’euro, moneta forte, è più debole della lira.

E che dire della Campania felix oggi diventata un vero e proprio immondezzaio (con grave danno d’immagine per l’intero Paese anche sotto il profilo turistico) e del fatto che abbiamo reso invendibile all’estero un’intera categoria di prodotti agricoli di qualità, con la vicenda della mozzarella alla diossina e con le sofisticazioni vinicole; che dire, ancora, dell’Alitalia, la gloriosa e florida compagnia aerea di bandiera – una volta, il fiore all’occhiello dell’Italia - oggi ridotta al fallimento, grazie alle amorevoli premure della Politica e dei Sindacati (con una perdita giornaliera di un milione di euro) e messa in vendita per una manciata di euro al miglior offerente?

Per non tediare troppo chi volesse leggere questa sterile lamentazione, soffermo la mia attenzione su alcuni punti del programma enunciato dal PD:

1)      LO STATO

Condivido pienamente l’assoluta priorità di ridurre la spesa pubblica corrente, se improduttiva, non solo al fine di abbassare la pressione fiscale (altra assoluta priorità) ma anche e soprattutto di ottenere un costante avanzo primario da destinare all’abbattimento del gigantesco ed insostenibile debito pubblico (attualmente pari a circa il 105% del PIL e giunto ormai all’astronomica cifra, in termini assoluti, di circa 1600 miliardi di euro, e secondo forse solo a quello degli Stati Uniti D’America).

Se si considera che la spesa per soli interessi dovuti alla gestione del debito assorbe ogni anno, ingenti risorse (pari a circa 70 miliardi di euro e cioè, due finanziarie lacrime e sangue) – che sono una palla al piede per lo sviluppo del Paese-  si comprende facilmente come le stesse potrebbero essere più proficuamente destinate alla ricerca ed all’innovazione tecnologica (pressoché impossibili per le piccole e medie aziende che sono il tessuto connettivo di questo Paese), presupposto indispensabile per avere qualche speranza di successo nell’attuale sistema di mercato globale, in una competizione pressoché planetaria.

Come ridurre la spesa pubblica? Sono talmente noti gli sprechi esistenti nella Pubblica Amministrazione, a cominciare da quelli prodotti dalla Politica (si veda, per tutti, “la casta” di Giannantonio Stella e Sergio Rizzo) che non serve farne un interminabile elenco: basti un cenno alle tante posizioni di sottogoverno fatte apposta per i cosiddetti politici “trombati” negli innumerevoli Consigli di Amministrazione di Enti, Consorzi, Società a capitale misto, od alle costose quanto inutili consulenze affidate a parenti ed amici, ecc. ecc., che costituiscono una vera e propria giungla!

Sono da cancellare, tra i primi, comunque,  i tanti Enti inutili tuttora esistenti, le Province, le Comunità montane al mare, le gestioni predatorie di una risorsa vitale come l’acqua, ecc.

2)      IL FISCO

La pressione fiscale è soffocante e tale da scoraggiare non solo ogni impegno produttivo (tra imposte e contributi sociali quasi la metà del reddito finisce nelle tasche di un socio – non saprei dire se piu occulto che palese – qual è lo Stato, che in cambio offre servizi scadenti ed inefficienti) ma, peggio ancora, ad incentivare un’enorme evasione fiscale (con l’ulteriore danno della concorrenza sleale).

E, tuttavia, non basta ridurre la pressione fiscale per restituire maggiore potere d’acquisto alle famiglie se non si provvede a ristabilire prezzi più equi, atteso che , con l’introduzione dell’euro, essi sono saliti vertiginosamente ed oltre ogni ragionevole limite per ragioni speculative.

Purtroppo, come è noto, mentre una volta con uno stipendio o pensione di due milioni al mese si riusciva a vivere decorosamente e fare anche qualche piccolo risparmio, oggi con mille euro equivalenti si è appena al di sopra della soglia di povertà e si stenta ad arrivare alla fine del mese: il guaio è che mentre salari e pensioni sono sostanzialmente pagati in lire ( in base ad un parametro ufficiale di 1936,27 lire per un euro), essi vengono spesi poi in euro, a cui la furbizia   tutta italica ha attribuito, di fatto, un valore pari a mille lire; cosicché il potere d’acquisto delle famiglie si è pressoché dimezzato.

Le conseguenze sono drammatiche: basti pensare che per i generi di largo consumo (pane, pasta,  latte, frutta e verdura) – che costituiscono una parte considerevole del bilancio familiare di molte famiglie – oggi con venti euro (quarantamila lire) non si compra molto di più di quanto una volta si comprava con 10.000 lire.

Sotto questo aspetto, lo Stato stesso non è esente da colpa: valga per tutti, in materia di tariffe pubbliche , l’esempio del canone TV che in pochi anni   è raddoppiato, passando da 99.000 lire a 106 euro(circa lit.200.000).

Anche se – come si usa dire- i buoi sono ormai usciti dalla stalla, e pur dato atto che in regime di libero mercato i prezzi sono regolati dalla legge della domanda e dell’offerta, nulla deve restare  intentato per ridurre l’enorme divario esistente tra i prezzi alla produzione e quelli di vendita.

E’ questa una delle più gravi ingiustizie del nostro sistema: chi produce guadagna infinitamente meno di chi funge da intermediario nella vendita delle merci.

Occorre più concorrenza e, nei limiti del possibile, incentivare la vendita diretta dei prodotti, specie agricoli, da parte di cooperative di produttori a favore dei consumatori.

Naturalmente, occorre controllare attentamente il processo di formazione dei prezzi, per individuare ed eliminare i punti della filiera laddove essi lievitano in modo assolutamente ingiustificato e migliorare la catena di distribuzione a basso prezzo costituita dagli Hard discount.

Spiace dover rilevare che questa problematica non è tenuta in alcun conto persino dagli economisti , i quali discettano quasi esclusivamente della necessità di aumentare salari e pensioni.

Non può passare inosservato, infatti, che aumenti salariali devono essere correlati, secondo le ferree leggi dell’economia globale, ad aumenti di produttività – non si può distribuire ciò che non si è prodotto – e che la montagna del debito pubblico e i deficit di bilancio consentono spazi di manovra assai limitati per un sia pure auspicabile aumento delle pensioni.

Se non si interviene efficacemente sul fronte dei prezzi si corre il rischio di tornare alla perversa spirale di continua ed incessante ricorsa dei salari-prezzi, come ai tempi della scala mobile a due cifre, abolita grazie alla determinazione di Craxi e Trentin e che nessuno, giustamente, oggi rimpiange, salvo forse Bertinotti.

Oltre che abbassare le aliquote fiscali, occorrerebbe prevedere un fisco piu’ equo (oltre che forme di collocamento al lavoro agevolate) a favore di famiglie numerose e meno abbienti o monoreddito.

3)      GIUSTIZIA

E’ una delle cause che condizionano negativamente l’evoluzione e lo sviluppo, anche economico, del sistema paese. La prospettiva di intentare un giudizio per la tutela di interessi economici molto rilevanti e di ottenere una sentenza definitiva a distanza di uno o più decenni è tale da scoraggiare forme di investimento di capitali cospicui anche dall’estero.

Perciò urge una semplificazione normativa – abbiamo una quantità spropositata di leggi, decreti ministeriali, regolamenti, ecc.le quali superano di gran lunga  quelle vigenti in Francia e Germania messe insieme - che rendono assai problematica la conoscenza e la stessa applicazione della legge da parte degli organi giudiziari, con grave pregiudizio della certezza del diritto nonché delle pene.

La redazione di testi unici nelle specifiche materie (scuola, sanità, pubblica sicurezza,ecc.) è una riforma che si può attuare a costo zero, con enormi vantaggi per tutti.

La lentezza dei processi, in particolare, deve essere attribuita anche ad un deplorevole lassismo dei giudici togati, i quali non possono ignorare che un procedimento deve concludersi al massimo in uno o due anni; e ciò è perfettamente possibile, facendo rigorosa applicazione delle norme processuali che non consentono meri rinvii, bensì poche udienze concentrate nel tempo e finalizzate esclusivamente all’espletamento dei mezzi istruttori e probatori.

L’esperienza maturata dai giudici di pace (magistrati onorari pagati soltanto al numero delle sentenze emesse e delle udienze effettuate, cioè a cottimo), sia pure in un ambito di giustizia civile, penale ed amministrativa minore, ma non per questo meno rilevante, dimostra che definire un processo nel lasso di tempo dianzi citato, in linea di massima, non è una chimera.

Inoltre, gli avanzamenti di carriera dei giudici togati non dovrebbero avvenire solo per anzianità, ma dovrebbero dipendere soprattutto dalla produttività (statisticamente rilevata) non disgiunta dal merito.

Anche nel resto della P.A. aumenti di stipendio dovrebbero essere correlati alla produttività (anche sotto forma di incentivi), che può ben essere rilevata ogni mese statisticamente, sulla base di una rigorosa analisi a campione dei tempi necessari per la definizione delle varie tipologie di pratiche amministrative (si veda, ad es.il modello organizzativo di tipo aziendale dell’I.N.P.S., in vigore da tempo immemorabile). 

Infine, bisogna prestare molta attenzione non solo alla corretta tecnica legislativa ( per cui le leggi devono essere formulate con la massima chiarezza, onde evitare difficoltà d’interpretazione (utili solo ai bizantinismi degli avvocati e che servono solo a ritardare la rapida definizione dei processi), ma anche tali da poter essere effettivamente osservate dal cittadino comune che non è un giurista , ma è almeno dotato di sufficiente buonsenso; sotto questo aspetto è pernicioso emanare norme che nessuno – sempre a lume di buonsenso – sarà disposto ad osservare.

Per fare un esempio, trovo assolutamente contrario al buonsenso e molto diseducativo il fatto di avere previsto l’obbligo di circolare in automobile, di giorno ed in pieno sole, con le luci anabbaglianti accese nei tratti di strada extraurbana; detta norma è ampiamente disapplicata, anche dalle stesse forze dell’ordine (che non usano elevare contravvenzioni per tale tipo di infrazione); per cui mi pare assurdo – per non dire da stupidi - trovarmi a circolare quasi da solo con luci accese in pieno sole, per il solo motivo di dover osservare una norma tuttora ufficialmente vigente (Dura lex, sed lex).

Ed allora, considerato che la predetta legge è sostanzialmente non più in vigore per tacita abrogazione – e considerato che non serve a nulla per evitare incidenti stradali, stanti le  condizioni di perfetta visibilità – perché non abrogarla ufficialmente, invece che, in modo altamente diseducativo, lasciare all’utente della strada l’arbitrio di decidere se rispettarla o meno?

7) CULTURA

Occorre assolutamente ripristinare la funzione educativa e formativa della scuola secondo criteri di merito sia per i discenti che per i docenti.

Non dobbiamo nasconderci che è questa l’unica, vera  e preziosa risorsa di cui disponiamo  e che ci ha fatto grandi nel corso dei secoli.

Purtroppo, è ormai ben radicata l’opinione che la cultura, nella vita, serva a ben poco, essendo invece indispensabile per trovare lavoro e fare carriera una buona raccomandazione.

Se ben ricordo, fu Prodi stesso ad affermare che nessun paese può concedersi il lusso di allevare più di una generazione di asini: a me pare che dal 1968 non si intravedono segni di sostanziale miglioramento – sembra che attualmente il 70% dei giovani che frequentano le scuole superiori abbiano debiti formativi – e che la misura essendo ormai stracolma si debba urgentemente correre ai ripari.

10) POLITICHE PER IL SUD

L’enorme divario tra il Nord ed il Sud anziché diminuire sembra accentuarsi; il Mezzogiorno è condannato al perpetuarsi delle sue condizioni di secolare arretratezza e degrado (anche ambientale, come si evince dal caso della Campania) – tanto che, oggi ancora, si potrebbe dire che Cristo si è fermato ad Eboli - se si insiste in un’ottica di interventi a pioggia, di natura meramente assistenziale e clientelare (dalla Cassa del Mezzogiorno ai contributi comunitari per lo sviluppo), con il risultato che fiumi di denaro sono finiti nelle tasche di gruppi politici, clientelari ed organizzazioni criminali; infatti, politici di lungo corso non hanno fatto altro che creare formidabili apparati di potere, utile forse per lo scambio dei voti, ma che non hanno fatto progredire di un passo quelle sfortunate popolazioni (e il PD avrebbe tutto da guadagnare, anche se perdendo dei voti, dalle dimissioni di Bassolino  ed anche di Russo Iervolino, che non sono immuni da responsabilità per il gravissimo degrado ambientale maturato negli ultimi quindici anni).

Ma la vera emergenza del Sud è costituita dalle potenti organizzazioni criminali (mafia, ndrangheta, camorra, sacra corona unita)  che hanno allargato i tentacoli come una piovra, impedendo all’economia locale di crescere e sottraendo alla sovranità dello Stato metà del paese.

Pertanto, se si vuole offrire una speranza di futuro a quelle popolazioni ed all’intero paese, bisogna assolutamente debellare codesta piaga.

C’è bisogno, naturalmente, di adeguate infrastrutture(ferrovie, strade, porti, ecc), ma a mio parere, se si vuole veramente attrarre capitali da investire al sud – nell’interesse anche dell’economia generale nazionale -  occorre prevedere minimi salariali più bassi (una volta si sarebbero definite “gabbie salariali”), in linea con la tendenza che hanno le aziende, anche straniere, a delocalizzare la produzione laddove i costi della manodopera sono più contenuti; del resto, il costo della vita è infinitamente più basso ad Enna   o Reggio Calabria od a Matera che non a Bolzano o Belluno.

Se i Sindacati (a mio parere oltremodo conservatori) sono contrari a tali misure di buonsenso, si potrebbe almeno sperare nell’istituzione di una “ no tax area”.

Solo così il Sud può avere prospettive concrete di sviluppo e diventare – come talvolta enfaticamente si proclama – “la porta del Mediterraneo o addirittura dell’Oriente”

11)DEMOCRAZIA

E’ lecito sperare che il partito democratico, coerentemente con la sua radice etimologica, voglia fare tutto quanto possibile per attuare una radicale riforma della sciagurata legge elettorale ora vigente, la quale, oltre a non garantire la governabilità, soprattutto non garantisce la rappresentatività; è noto infatti che il cittadino non può esprimere preferenze e deve limitarsi a ratificare le nomine dei parlamentari sancite dalle segreterie di partito.

E’ questo un vulnus intollerabile  del principio democratico che deve essere al più presto cancellato, pena il totale distacco del paese reale da quello legale.

E’ parimenti ovvio che se il Parlamento non troverà un largo consenso per varare la riforma elettorale, toccherà farlo direttamente ai cittadini con lo strumento del referendum.

Ad ogni modo,qualora si volesse completare l’eterna transizione verso una democrazia compiuta, non si potrebbe fare a meno di istituire altresì le elezioni primarie, in base al ben  collaudato sistema americano: si ristabilirebbe così l’indispensabile nesso tra candidati e territorio e si capirebbe anche se la figlia del professore universitario da una parte ed il chirurgo estetico dall’altra abbiano abbastanza talento e capacità per rappresentare degnamente il popolo sovrano in parlamento.

Inutile dire, infine, che tutto il quadro politico-istituzionale e di governo deve essere radicalmente modificato perché troppo fragile ed antiquato, specie se paragonato a quello, molto più efficiente e moderno, di tutte le democrazie occidentali.

Già se si eliminasse il Senato –inutile e dispendiosa fotocopia della Camera nel processo legislativo con il bicameralismo perfetto – si otterrebbero indubbi vantaggi  non solo sotto questo profilo ma anche sotto l’aspetto dell’ingovernabilità determinata dal cd. Porcellum.

12) TRASPORTI

Manca nel programma un apposito capitolo dedicato ad un tema così nevralgico per un equilibrato sviluppo del sistema-paese.

Nessun dubbio che sia necessaria, in materia, una svolta radicale: non si può continuare a concentrare tutto il sistema sul trasporto delle persone e delle merci su gomma, con il drammatico corollario di morti, feriti ed inquinamento ambientale.

Bisogna puntare, adesso, sul traffico ferroviario (molto arretrato, specie al Sud) e su quello marittimo (specie per le merci) in un paese che è quasi interamente contornato dal mare.

5) ENERGIA

Condivido la necessità di puntare sulle energie rinnovabili, molto più diffuse in Germania  che certo non può definirsi “il paese del sole”, e ciò anche per limitare le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera in conformità del trattato di Kioto e delle direttive comunitarie.

Spiace molto che il premio Nobel, prof. Carlo Rubbia abbia dovuto realizzare il suo progetto di megacentrali solari in Spagna, a Siviglia, piuttosto che in Sicilia.

Non mi convince affatto il ritorno tardivo al nucleare – tra l’altro per realizzare ex novo una centrale passerebbe oltre un decennio – che non sembra essere l’energia del futuro, anche perché l’uranio tende ad esaurirsi, le scorie mantengono effetti radioattivi per secoli, il nostro è un paese a rischio sismico, le centrali hanno bisogno per il raffreddamento di enormi quantità di acqua che diminuisce sempre di più, ecc.ecc.

Probabilmente l’energia inesauribile del futuro potrebbe essere l’idrogeno, ottenuto dalla fusione fredda e perfettamente ecocompatibile, ma bisognerebbe fin d’ora approfondire la ricerca anche sotto il profilo ineludibile degli alti costi di produzione.

13) LAVORO

Spero che il PD non voglia rimanere invischiato nelle logiche antiquate dello statalismo omnipresente ed invasivo, anche nella sfera economica ( Alitalia docet).

Bisogna, purtroppo prendere atto che nella libera competizione globale dei mercati, tutto si gioca sulla qualità dei prodotti e sui prezzi, per cui qualsiasi intervento esterno dello Stato inteso  a falsare codesta dinamica potrebbe avere effetti nefasti.

Altro ragionevole e doveroso discorso vale invece per quanto attiene le condizioni di sicurezza del lavoro e dei minimi salariali atti a garantire condizioni dignitose di vita ai lavoratori.

Quindi, flessibilità nei contratti di lavoro in relazione alle mutevoli condizioni del mercato, ma anche , come contrappeso, adeguati ammortizzatori sociali nell’ipotesi che il lavoro venga meno.

Un no fermo e deciso va pronunciato contro la precarietà elevata a sistema; dopo un ragionevole lasso di tempo di qualche anno, in cui il lavoratore abbia dato buona prova delle sue capacità professionali, non vedo motivo alcuno per non trasformare il contratto di lavoro precario in quello a tempo indeterminato.

Resta, poi,da attuare quella parte importante della Costituzione che auspica la più piena collaborazione tra capitale e lavoro, eventualmente con partecipazione agli utili d’impresa da parte del lavoratore subordinato.

Come è, anche, il momento di prevedere una contrattazione salariale di secondo livello, territoriale ed aziendale, che affronti in modo più valido ed efficace le problematiche connesse alle concrete condizioni in cui si lavora e si produce.

Un discorso a parte, non meno importante, è quello della assoluta mancanza di una politica di costante  ed ininterrotta opera di formazione ed aggiornamento professionale - indispensabile in un’economia moderna in evoluzione incessante – nonché di avviamento al lavoro, oggi inesistente, che tenga conto non solo e soprattutto del merito e delle specifiche competenze professionali del soggetto, ma non meno delle condizioni economiche e sociali del nucleo familiare di cui è parte: in parole povere, a parità di merito,sembra equo dare un posto di lavoro preferibilmente al componente di una famiglia monoreddito piuttosto che al componente di una famiglia in cui già gli altri conviventi abbiano un posto di lavoro.

E’ bene anche ricordare che il lavoro autonomo non deve essere demonizzato né ostacolato, ma che ad esso va riconosciuta dignità e tutela non minore di quella tradizionalmente riservata al lavoro subordinato.

Concludo la mia ponderosa  analisi con l’augurio – sia il PD al governo o all’opposizione – che veramente la Politica ed il Paese possano rialzarsi e cambiare in meglio per offrire qualche speranza di futuro ai giovani che vivono nella più desolante precarietà.

         Se volesse darmi un cortese cenno di riscontro, non appena possibile, le sarei veramente grato.

                                                             Distinti saluti ed auguri

                                                                                                           Leone Riccardi

Ceccano, il 9.4.2008.

 

 

 

TAG:  GIUSTIZIA  FISCO  CULTURA  POLITICHE PER IL SUD  TRASPORTI  DEMOCRAZIA  ENERGIA  LAVORO 

diffondi 

commenti a questo articolo 0
informazioni sull'autore
ISCRITTO A PDNETWORK DAL
7 aprile 2008
attivita' nel PDnetwork