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contributo inviato da nicolaij74 il 27 marzo 2008
Mi chiamo Nicola e lavoro da anni in un centro di recupero per tossicodipendenti del cremonese.
Vorrei rendervi partecipi di una mia riflessione nata dopo anni di lavoro e che mi ha fatto cambiare idea su alcuni temi legati al problema tossicodipendenza. Sono sempre stato convinto che il carcere non serva alla rieducazione e alla risocializzzazione e che anzi, molto spesso, incentivi risultati opposti a quelli desiderati. Allo stesso modo sono sempre stato convinto che una sorta di liberalizzazione di alcuni tipi di droga potesse essere utile in quanto scindesse il binomio tossicodipendente = criminale e permettesse di lavorare sul disagio della persona liberi da problemi giudiziari.
Ora, col senno di poi, fatico a sostenere l'idea che la comunità  terapeutica possa essere una valida alternativa al carcere per le persone con problemi di tossicodipendenza. Il problema non sta per niente nella comunità, ma in chi ne fa richiesta. Il presupposto perché un programma terapeutico funzioni è che la scelta di affrontarlo  sia il più possibile libera e consapevole, dopo una fase necessaria di presa di coscienza e di problematizzazione dei propri vissuti e dei propri agiti. Ora, non ho mai visto una persona chiedere  il passaggio dal carcere alla comunità con tutta questa motivazione. L'unico obiettivo è sempre stato quello di scontare gli ultimi anni della pena in un ambiente meno pesante del carcere. Apertamente ammesso o dimostrato coi fatti. Il risultato è stato, nella mia piccola anche ma non breve esperienza, che nessuna di queste persone ha affrontato il problema della tossicodipendenza, anzi, la loro presenza  ha compromesso il percorso di molti degli altri portando logiche criminali e insane all'interno della comunità, col risultato di venire spostati per incompatibilità in un' altra struttura, o in alcuni casi addirittura di ritornare in carcere.
Da alcuni anni il mio centro non accetta più persone con forme di pena alternative, e, facendo molto più leva sulla responsabilità individuale di voler aderire o meno al progetto terapeutico, devo dire che si lavora molto meglio, il clima del gruppo è più buono, e, quasi paradossalmente, è diminuito il numero degli abbandoni,  nonostante nessuno abbia  qualche tipo  di obbligo a rimanere.
Vorrei sapere cosa ne pensa il PD sulle modalità di accesso alle pene alternative per i tossicodipendenti, partendo dal fatto che la tossicodipendenza viene vista come una scorciatoia, un benefit, qualcosa che mi permette di evitare il carcere e non un problema sul quale investire risorse.
Non veniamo forse meno alla logica della responsabilità del "chi sbaglia paga" dando il messaggio che se hai commesso un crimine, se sei tossicodipendente poi puoi andare a "divertirti" in comunità?

Anche sulla questione della liberalizzazione ho cambiato punto di vista. Ho potuto infatti constatare con mano la difficoltà di mettersi in discussione, di problematizzare la propria condizione da parte della maggior parte delle persone con dipendenza. E parallelamente la tendenza a minimizzare, sottovalutare, ma soprattutto  giustificare i propri comportamenti. Come sì può recuperare una persona che anche dopo 10 anni o più di uso di cocaina insistere nel credere che questo sia solo un vizio e che si può smettere quando si vuole?Questo è solo un esempio fra mille casi di banalizzazione. Quello che mi preoccupa è che non vorrei che oltre ai meccanismi individuali di legittimazione, se ne aggiungessero anche di collettivi. Abbiamo purtroppo una società che tende a legittimare tutto. Dove chi delinque diventa una star, ( vedi fabrizio Corona) dove le pratiche di estetica chirurgica sono diventate un gioco a pagamento per le bambine.(notizia di ieri  sui tg) Già gli alcolisti e i cocainomani si sentono più accettati socialmente perché un goccetto o un tiro non hanno mai fatto a nessuno. Ho paura che un atteggiamento lassista possa peggiorare la situazione. Nel senso che venga meno la già citata logica della responsabilità. Se fai una cosa te ne assumi le conseguenze. Se usi droga sai che ti può far male, se usi droga rischi queste sanzioni. Sono tutte e due argomentazioni che non hanno nei fatti molta forza, è vero, basti guardare al numero di tossicodipendenti, ma permettono secondo me di poter dare una coerenza di messaggio delle istituzioni, in tutte le fasi della lotta alla droga ( dalla prevenzione al recupero) che è quella coerenza normativa che un tossicodipendente non ha mai potuto vivere. Sono l'alter ego di quelle regole che devono essere date dai genitori e che pian piano aiutano il bambino e il ragazzo che cresce ad autoregolarsi. Nel caso del tossicodipendente queste regole spesso sono diventate violenza fisica o psicologica, o al contrario, sono state del tutto inesistenti.. Per questo ritengo che lo stato non possa aggiungersi a chi non fa un buon uso delle regole, quelle regole che servono come senso del limite, del tabù, ma di quei limiti e quei tabù che sono la nostra tutela e la salvaguardia del nostro benessere. Quelle regole che se fanno parte di noi sono una risorsa e non qualcosa che tarpa le ali. Quelle regole che se fanno parte attiva di un sistema , non permettono a chi le segue di essere "il diverso" e che toglie molto spazio alla logica del "così fan tutti".
Questo è un discorso che ovviamente si allarga ad altri campi, vedasi ad esempio a quello dell'evasione fiscale.
La riscoperta delle regole dunque, darebbe un valido aiuto anche nel campo della tossicodipendenza, che non è campo di pietismo, né di criminalizzazione, ma di responsabilità. Responsabilità di chi fa uso, e responsabilità dello Stato che, da bravo genitore, vieta le cose che fanno male, e sanziona i figli quando le fanno per insegnar loro a tutelarsi.




 
TAG:  TOSSICOPIDENZENZA  DROGA  REGOLE  PENE ALTERNATIVE  LIBERALIZZAZIONE 

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commenti a questo articolo 0
commento di Vito 89 inviato il 5 aprile 2008
Io dico NO a qualsiasi forma di droga... ma il PD cosa ne pensa?? Vorrei saperlo anche io!!
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