.
contributo inviato da stefano menichini il 11 marzo 2008
Galli della Loggia stavolta si sbaglia di grosso. E ci fermiamo qui, perché non ci piace l’abitudine di attribuire al Corriere e ai suoi editorialisti chissà quali disegni occulti. Dopo di che, contrariamente a quanto scritto domenica da Galli della Loggia, non c’è proprio niente di inquietante nel modo in cui il Pd “tratta” Romano Prodi. Ed è importante dirlo nelle ore nelle quali il fondatore dell’Ulivo si accomiata dalla politica italiana.
La tesi del Corriere assegna alla ben nota categoria della rimozione di stampo comunista il trattamento secondo lui riservato a Prodi. Come Bordiga, Cucchi, Magnani e Occhetto, il presidente del consiglio verrebbe ora destinato all’oblio da parte di coloro (gli ex comunisti) i quali pure gli devono tutto: perché sarebbero relitti ai bordi della strada, se i cattolici democratici e il prodismo non li avessero recuperati, salvati, portati al potere. Per poi venirne cancellati, in uno scenario disegnato da Galli della Loggia che evoca più la Siberia che il buen retiro di Occhetto.
Viene il dubbio che l’editorialista del Corriere non riconoscerebbe un sano, dichiarato e razionale scontro politico neanche se ci sbattesse contro. Per lui, tutto è solo orrori da Terza internazionale e ricerca del capro espiatorio. Invece, se si guarda indietro agli ultimi due anni di centrosinistra, le cose sono molto meno truculente: si sono confrontate fra i progressisti due letture diverse del quindicennio dell’Ulivo e due giudizi opposti sugli effetti del bipolarismo italiano; si sono compiute alcune scelte concrete nelle quali questa diversità si è palesata (la decisione di dare al Pd una leadership vera e non un portavoce nominato da Prodi: giugno 2007); e si è infine svolto uno scontro aperto nelle primarie fra due linee politiche, addirittura sottoposte al voto di tre milioni e mezzo di persone.
Non proprio roba da Comintern.
Non possiamo pensare che Galli della Loggia si sia fatto distrarre dal folclore offerto dai giornali nei mesi delle primarie: Rosy Bindi e i prodiani si sono opposti molto duramente e correttamente alla linea, per capirci, del “nuovo conio”, cioè alla rottura dell’alleanza con le sinistre rossoverdi. Loro per primi hanno caricato di senso politico il confronto delle primarie, con tutte le asprezze connesse (per vincere, naturalmente, Veltroni ha dovuto fare l’opposto: ma la dichiarazione di discontinuità è stata esplicita fin dal primo momento).
Prodi non è sceso in campo, ma come la pensasse è stato chiaro quando s’è proposto come “paladino dei piccoli” nella discussione sulla riforma elettorale.
Sostenere ora che sia stato “rimosso” nel silenzio significa non aver colto la portata delle novità, ridurre la nascita del Pd a piccolo cabotaggio e in definitiva non portare rispetto all’uomo-simbolo del quadro politico che veniva infranto.
Lasciatelo dire a un giornale piccolo e inutile, come sembrano pensare al loft, che però s’è reso comprensibilmente antipatico a palazzo Chigi per aver visto e dichiarato per tempo la necessità di questa lotta politica interna. Difficilmente Francesco Giavazzi avrebbe potuto chiedere al Pd «di più», se neanche la rottura con la sinistra rossoverde si fosse consumata. E chi si è assunto i rischi maggiori facendo questo, se non i remoti eredi del Pci ora democratici?
Curioso che Galli della Loggia, non proprio un ingenuo, invochi «verità e giustizia» che sarebbero oggi soffocate da ingrati «rapporti di forza». Che fa, cerca nervi scoperti, vuole riattizzare le polemiche? Fin qui Prodi ha mostrato di aver colto fino in fondo il senso del cambiamento, anche se esso si consuma in parte contro di lui, e di averlo accettato, magari in attesa di vedere se il nuovo schema sarà vincente o se invece la storia darà ragione a lui e alla strategia del “grande Ulivo”.
Lascia, Prodi. Ed è il gesto più ammirevole per un politico che veda esaurita la stagione che lui ha impersonificato.
Invece di perdersi nell’antropologia degli eredi del comunismo che non guariscono mai (tra l’altro salvando curiosamente dal giudizio il solo Veltroni: con chi ce l’ha Galli della Loggia, con D’Alema? con Fassino? con Bersani? con qualche segretario di sezione?), il Corriere potrebbe occuparsi al di là del gossip sulle candidate di un luogo della politica dove lo scontro aperto è impensabile, impraticabile, impossibile. Di un centrodestra dove la nascita di nuovi partiti avviene non con le rimozioni tardo-staliniane, ma con autentici putsch notturni.
Di un Popolo delle libertà, infine, che non rischia certo l’accusa di vuoto novismo, visto che si dilania sull’opportunità di elevare al senato un tipo come Ciarrapico.
Piuttosto che stuzzicare l’orgoglio ferito di Prodi che lascia, Galli della Loggia stuzzichi un po’ l’ego infinito di un leader che tiene l’Italia intera incatenata a una stagione ormai superata, a uno scontro elettorale inutile e improduttivo, alla ricerca solo di una rivincita personale senza avere né la voglia né l’intenzione di governare la crisi nazionale che avanza.
(da Europa)
TAG:  PARTITO DEMOCRATICO  CORRIERE  GALLI DELLA LOGGIA  PRODI  BINDI  VELTRONI 

diffondi 

commenti a questo articolo 7
informazioni sull'autore
ISCRITTO A PDNETWORK DAL
8 marzo 2008
attivita' nel PDnetwork