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contributo inviato da Fabio Camilletti il 24 febbraio 2008

Caro Veltroni,

le scrivo perché ho letto con piacere, nel discorso da lei pronunciato a Spello, una menzione significativa di una realtà estremamente importante in Italia, quella dei dottorati di ricerca:

La politica è miope, non riesce a guardare lontano, se si preoccupa solo di chi ha già garanzie e trascura gli interrogativi e la vita di un giovane laureato che non sa che fare, se provare a vincere un dottorato di ricerca e continuare a studiare, a fare quel che gli piace e per cui si sente portato, oppure essere realista e cercarsi subito una qualsiasi occupazione, anche precaria, anche sottopagata. Costretto a scegliere una vita, quella della precarietà, che è un furto di futuro. Per un’intera generazione.

Ho trent’anni, ho studiato Lettere e filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa e lì ho preso anche un dottorato, in cotutela con la Sorbona di Parigi, nel 2006: dall’anno scorso ho un contratto con un’università inglese, e sono dunque quello che la stampa definisce, a volte semplicisticamente, un “cervello in fuga”. Non voglio però parlare di me: la mia scelta è stata consapevole e decisa (sono laureato in Letteratura inglese), e fare un’esperienza di lavoro all’estero è sempre stato un mio desiderio, da quando sono stato borsista di scambio prima in Inghilterra e poi in Francia. Quello che vorrei è porre alla sua attenzione alcune riflessioni sul problema dei dottorati in Italia, che spero possano costituire un contributo al dibattito su questo tema all’interno del Partito Democratico.

Il problema dei dottorati di ricerca, in Italia, sta a mio avviso nel loro ruolo ambiguo. È solo in Italia, infatti, che il dottorato rappresenta (almeno nell’opinione comune) il primo gradino della carriera accademica: negli altri paesi dell’U.E., così come negli Stati Uniti, il Ph.D. (o thèse, o Doktorarbeit) è invece l’ultimo della formazione universitaria, e pertanto riservato a chiunque voglia portare i propri studi ad uno stato avanzato in vista di qualsiasi professione, non solo quella accademica. In altre parole, dove noi (in nome d’un legame sempre più stretto tra scuola, università e un astratto “mondo del lavoro”) abbiamo di fatto abdicato all’aspetto della ricerca nella formazione universitaria (tesi di laurea triennale e biennale sempre più striminzite, la “discussione” ridotta a “esame di laurea” in modo da togliere al laureando anche lo status di autore del proprio elaborato), altrove l’idea di fare una tesi di ricerca è ancora considerata come un momento essenziale del proprio percorso formativo, e questo in vista di qualsiasi professione. Ne consegue, certo, che in Francia, Regno Unito, Germania il dottorato abbia una natura estremamente diversa: non c’è, tanto per fare un esempio, il concorso di ammissione; si viene presi a progetto, eventualmente sulla base di un colloquio attitudinale, si verifica se nel dipartimento c’è un professore in grado di seguire la ricerca proposta e poi si pagano le tasse, come tutti gli altri studenti (quali in effetti i dottorandi sono). E le borse? Le borse sono erogate o dal dipartimento (per ricerche che rientrino in progetti globali, o facciano capo a determinate equipe di ricerca) o da altri enti, pubblici o privati: la domanda di finanziamento è totalmente separata dal cursus di iscrizione al dottorato, e l’erogazione delle borse dipende da altri fattori (in Francia, ad esempio, si privilegiano coloro che abbiano vinto un concorso nazionale per accedere a un posto pubblico, oppure esse vengono fornite dalle scuole d'eccellenza come l'École Normale o l'École Polytechnique). Spesso, comunque, i dottorandi lavorano, anche perché spesso si fanno dottorati anche ad età avanzata: ad esempio, per avere scatti di carriera, o anche solo per hobby.

Qual è, dunque, secondo me, il problema? È che in Italia il dottorando viene tenuto in una posizione imprecisa, indeterminata: gli si fa credere d’essere al principio della propria carriera accademica, ambito lavorativo notoriamente saturo, o comunque a scarsa mobilità, senza consentirgli di sviluppare un piano B; di fatto, il dottorando viene tenuto in una posizione appiattita su quella degli studenti universitari, dato che – mentre nel resto d'Europa i dottorandi hanno la possibilità di insegnare – al dottorando italiano viene (formalmente) proibito di svolgere attività didattica, e quella che eventualmente dovesse fare non gli può essere legalmente riconosciuta; l’idea del concorso, il sistema delle borse concorrono a creare un’immagine falsata del dottorando come “ricercatore in erba” che inevitabilmente – nella maggioranza dei casi – viene a cozzare con la realtà al termine degli studi.

Un grande pensatore come Elémire Zolla, impropriamente e riduttivamente ascritto al panthéon degli ideologi “di destra”, sosteneva in pieno ’68, con un certo gusto della boutade, che l’università non può essere democratica per sua intrinseca natura: troppo personale il modello maestro/allievo, e questo fin dall’origine – medievale – delle università. Di là dalle generalizzazioni, il senso dell’affermazione di Zolla è tuttavia, a mio avviso, che il sistema dei concorsi, e la miriade di regole tese a garantirne la trasparenza, rischiano di generare effetti peggiori (che constatiamo ogni giorno) del problema che sono chiamati a sanare: e se i concorsi da ricercatore o da professore rappresentano un problema a sé (meritevole di discussione, e non solo tra gli “addetti ai lavori”), è evidente come il modello concorsuale, applicato ai dottorati, produce effetti spesso grotteschi.

L’obiezione è che il concorso garantisce da tutela contro il clientelarismo: e leggevo di recente, su L’Unità, la proposta di fare concorsi nazionali per il dottorato di ricerca, di modo da affinare il meccanismo. Mi lasci dire che una tale risposta sarebbe infinitamente più grave del problema che c’è a monte. È normale, credo, che un dipartimento prenda gente di cui condivide l’impostazione teorica, il tipo di ricerca, gente che i professori del dipartimento siano in grado di seguire: tanto più che il dottorato non è un rapporto di lavoro, ma una tappa del percorso di studi, per quanto altamente specialistica. Il problema del clientelarismo, e questo è il punto da cui si dovrebbe partire per risolverlo, è che questo attecchisce solo quando c’è un interesse oggettivo, quando i posti sono limitati, quando sulla posizione in oggetto – in questo caso, quella del dottorando – c’è un'aspettativa eccessiva, e la posizione stessa si corona d’uno status quasi mitico divenendo peculiarmente invidiabile.

Il fatto è che, negli altri paesi, i dottorandi sono studenti che il dipartimento prende se può seguirli e se essi possono arricchirne l'attività scientifica: non sono baby-ricercatori, e molti vanno a fare tutt’altro (anche perché altrove il dottorato, altra differenza rispetto all’Italia, è titolo preferenziale per avere un lavoro migliore). Il problema, forse, è che in Italia la carriera accademica è considerata ancora il lavoro per eccellenza, cosa non così scontata altrove: nei paesi anglosassoni, ad esempio, il lavoro accademico è fatto – in uguale misura – da attività di ricerca, didattica e fund-raising, decisamente lontano dall’immagine del docente dedito alla pura speculazione intellettuale che una certa tradizione intellettuale, purtroppo maggioritaria, ha contribuito in Italia a divulgare.

Quello che ho apprezzato, nel suo discorso, è l’attenzione a questo tema: un’attenzione che ho sentito reale, non vuota, e pienamente conscia dell’attitudine con cui – in questo paese – molti giovani si sono accostati o si accostano ai loro studi, non in piena libertà ma col tarlo di una scissione tra le proprie aspirazioni e la realtà dei fatti. Quello di poter seguire le proprie inclinazioni è un diritto di cui ogni giovane dovrebbe poter godere: per arrivarci, temo sia necessaria una vera e propria rivoluzione copernicana, anzitutto intellettuale, che pongo alla sua attenzione e a quella del suo e mio Partito in quanto realtà nuova e propositiva nel panorama della politica italiana. In questo senso, una riforma dei dottorati di ricerca – che li svincolasse completamente dalla carriera accademica, ne rivedesse completamente il sistema di reclutamento e le forme di finanziamento, e si ponesse come base per una nuova idea di formazione – sarebbe, credo, un tema che meriterebbe spazio nel programma e nella futura attività legislativa del Partito Democratico.

Cordialmente,

Fabio Camilletti

TAG:  DOTTORATO  DOTTORATI  RICERCA  GIOVANI  UNIVERSITÀ 

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commento di claudiop inviato il 24 febbraio 2008
Le cose stanno cosi`: quest'anno un mio collega e collaboratore ha alcuni studenti che noi riteniamo siano molto bravi, gli ha fatto fare domanda ad alcune prestigiose Universita` Americane e sono stati tutti presi senza concorsi o altre trafile per fare il dottorato, lo stessso ho fatto io tante volte nella mia vita, come mai? Semplicemente perche' il mio collega ha una fama internazionale e il suo giudizio conta.

Gli stessi studenti potrebbero benissimo non vincere un concorso in Italia, perche' magari il tema non e` su cosa di cui sono competenti oppure magari quel giorno hanno il mal di testa e chissa' cosa. Purtroppo in Italia prevale l'idea che si possa garantire l'imparzialita` con la burocrazia e non mettendo in gioco direttamente la credibilita` scientifica di chi si assume la responsabilita` di fare una scelta. Fino a che questo non cambia non ci sono speranze.
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24 febbraio 2008
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